giovedì 17 gennaio 2019

Viaggio nella Memoria: dal Binario 21

Un incontro molto significativo quello tenutosi presso il Teatro degli Arcimboldi di Milano, durante il quale Liliana Segre ha incontrato gli alunni di alcune scuole per raccontare la sua esperienza di ebrea vittima delle persecuzioni razziali in Italia. Nel 1938 viene espulsa, a otto anni, dalla scuola “per la colpa di essere nata” come lei stessa dice; a tredici anni ha vissuto l’esperienza della deportazione nel campo di Auschwitz-Birkenau in Polonia. Il 30 gennaio 1944 è partita dal binario 21 della Stazione Centrale del capoluogo meneghino ed è stata l’unica bambina a tornare indietro.
Dal 1990 è divenuta
testimone della Shoah e ha iniziato a rivivere il proprio dolore in pubblico per diffondere la speranza di un mondo migliore che superi il male incombente dell’oblìo e dell’indifferenza. Il 19 gennaio del 2018 Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella l’ha nominata Senatrice a vita come riconoscimento dell’ encomiabile impegno profuso. Liliana Segre ha pubblicato un libro “Scolpitelo nel vostro cuore “- dal Binario 21 ad Auschwitz e ritorno, a cura di Daniela Palumbo, che aiuta a comprendere la sua ma anche la Storia di tanti come lei. Nell’estate del 1943 i nazisti divennero padroni anche dell’Italia del Nord perché si costituì la Repubblica di Salò, un governo fantoccio guidato da Benito Mussolini e al servizio della Germania nazista.
 Alle leggi razziali italiane, severe e umilianti, si sovrapposero le leggi della Repubblica di Salò, ancora più crudeli, e quelle naziste di Norimberga che faceva riferimento all’atroce obiettivo della Soluzione finale. I nonni di Liliana Segre furono arrestati nella loro casa, portati prima nel campo di concentramento italiano di Fossoli, vicino a Modena, poi caricati sui treni della deportazione. Essi giunsero vivi ad Auschwitz, dove furono immediatamente gasati e bruciati nei forni. La narrazione avviene in prima persona, seguendo le vicende biografiche dell’autrice e senza soffermarsi sulle vicende storiche che le hanno determinate; significativo il rilievo dato ai sentimenti, alle emozioni e ai pensieri della protagonista. 
Una lettura che costituisce una preziosa occasione educativa poiché trasmette un messaggio positivo: ce la puoi fare , ce la possiamo fare! Possiamo superare le difficoltà, contrastare la prepotenza, sia nelle relazioni di tutti i giorni che nella comunità più vasta, assumendosi le responsabilità di essere testimoni di pace e di giustizia. La Segre afferma che quasi sempre l’ indifferenza è più grave della violenza. Sulla copertina posteriore del libro, a suggello del suggestivo viaggio effettuato nella memoria si legge: “Non dite mai che non ce la potete fare, non è vero. Ognuno di noi è fortissimo e responsabile di se stesso. Dobbiamo camminare nella vita, una gamba davanti all’altra. Che la marcia che vi aspetta sia la marcia della vita.” 

                                                        Giuseppina Serafino

domenica 13 gennaio 2019

Matera 2019 al via

La Basilicata conta 131 comuni, la maggior parte dei quali possiede una propria banda come prevede la tradizione. In occasione della cerimonia inaugurale di Matera Capitale Europea della Cultura, prevista per il 19 gennaio, bande musicali provenienti da tutta la regione e dall’Europa animeranno la città, attraversando i quartieri: Spine Bianche, Serra Venerdì, La Martella, SerraRifusa. Al calar della
sera, gli orchestrali convergeranno sui Sassi creando una vera e propria jam session dal Sasso Barisano e Sasso Caveoso. Quei luoghi incantevoli luccicheranno con gli elementi luminosi preparati
dai cittadini attraverso il progetto Social Light. Grazie al partenariato con la Rai, inizierà la diretta televisiva che seguirà tutto il concerto musicale seguito dalle parole di apertura della manifestazione affidate al Presidente della Repubblica.
Cattedrale
 La cerimonia inaugurale continuerà anche il giorno successivo quando ogni banda lucana ospiterà nel proprio comune una banda straniera e insieme animeranno il centro; si aprirà anche la prima grande mostra di Matera 2019, Ars Excavandi , curata da Pietro Laureano, dedicata alla storia delle città ipogee, valido esempio per il futuro del pianeta. L’affiancherà un dialogo fotografico fra Matera e Petra, dal titolo Mater(i)a a P(i)etra realizzata da Carlos Solito in collaborazione con Jordan Tourism Board e Petra Authority. Nell’ambito del progetto “La poetica della vergogna”, il carcere di Matera diventerà un luogo di fruizione della programmazione culturale di Matera 2019 con la possibilità per i cittadini di entrare in contatto con tale realtà. Il teatro della casa circondariale ospiterà il debutto della performance “Humana vergogna”, con la regia di Silvia Gribaudi.
Palazzo dell'Annunziata
 Inoltre quattro detenuti accederanno al lavoro esterno presso la Fondazione Matera Basilicata 2019, servendo la comunità impegnata nella straordinaria avventura della capitale europea della cultura. Un altro interessante progetto è quello delle residenze artistiche rivolto ad operatori culturali (associazioni, società, fondazioni); si tratta di uno spazio di creazione e di programmazione culturale che opera in stretto legame con il territorio e la comunità ospitante e di riferimento. 
Chiesa di S Maria di Idris
Esso si concretizza nell’accoglienza di gruppi o di singoli artisti in un determinato luogo per un periodo variabile, compreso fra 2 settimane e 2 mesi, al termine del quale viene prodotto un output artistico in senso ampio elaborato insieme alla comunità ospitante, sia artistica che residente . Per sostenere il programma residenze sono stati stanziati 100.000 euro, e ciascun progetto di residenza può ricevere un contributo fino ad un massimo di 10.000 euro. Uno degli obiettivi della Fondazione è consolidare la legacy, ovvero l’acquisizione o il miglioramento di competenze per mettere le basi per un sistema consolidato di residenze anche oltre il 2019. (Foto di Luca Lancieri)                                                  

                                                                                                                                                                 
          Giuseppina Serafino

giovedì 10 gennaio 2019

In bici da Fano e Pesaro

 Dopo aver atteso da tempo, decido di recarmi nelle Marche per scoprirne la bellezza da molti decantata scegliendo di soggiornare a Fano per avere la vicinanza del mare e delle suggestioni contemplative a fine giornata.
 Dal grazioso alberghetto che reca il nome della spiaggia Sassonia, osservo la lunghissima costa e le piccole imbarcazioni che stazionano trasmettendo un senso di fiduciosa quiete a chi è spesso preda del ritmo compulsivo delle metropoli. La località sorge infatti sul mare Adriatico a circa 12 km a sud di Pesaro e a meno di 3 km a nord della foce del Metauro. Inizio a visitarla passeggiando intorno alla cinta murata con dei bei torrioni di difesa e la monumentale Porta di Augusto che risale al IX sec.d.C. Ogni edificio rappresenta la testimonianza di un periodo storico: dopo quello romano attestato dalla distrutta Basilica di Vitruvio, vi è quello bizantino e quello medioevale.
Visito la romanica Cattedrale di Magister Rainerius con pregevoli altorilievi che adornano il pulpito e il trecentesco Palazzo del Podestà , oggi utilizzato come facciata dell’ottocentesco Teatro della Fortuna di Luigi Poletti, e le coeve ex chiese di S.Francesco, S.Domenico e S.Agostino. Del periodo malatestiano Fano conserva
con la Rocca e le Arche tombali, riunite nel sottoportico di S.Francesco, la monumentale Corte con le bifore tardogotiche e la loggia rinascimentale, ricostruita dopo un incendio nel 1544, quando la città era sotto il dominio della Santa Sede, circondata dal ducato di Urbino.Nei dintorni di Fano di un certo pregio è l’Eremo di Monte Giove sulla sommità del colle omonimo (m.223), un ameno luogo di preghiera e di meditazione eretto dalla Congregazione Camaldolese di Monte Corona, nel primo ventennio del sec. XVII. da cui traspare quel senso di devozione radicato sul territorio. Molto bella la via lungo il porto, la Marina dei Cesari, percorrendo la passeggiata del Lisippo, per vedere i vecchi pescherecci e le casette sospese su pali con le reti tese come braccia che si protendono verso il mare per raccoglierne le sue rinomate prelibatezze. 
 I cosiddetti trabucchi rientrano nel campionario dell’architettura popolare delle Marche, simili a palafitte, presentano una piattaforma con un casotto di legno circondato da un’incastellatura di tiranti e sostegni, con passerelle che si ergono sull’acqua e sugli scogli. Realizzate con materiali di recupero spesso corrosi dalla salsedine e dall’usura del tempo, sono testimonianza di una tecnica sapiente. Al termine della passeggiata si ammira una copia della statua del Lisippo, una scultura bronzea ritrovata nel mare Adriatico da pescatori fanesi nel 1961; la scultura originale, datata tra il IV e il II sec, a.C è conservata presso il Getty Museum di Malibù, in California. 
Per consolarmi di questa prestigiosa assenza, dopo qualche ritrosia, decido di assaporare la “moreta” di Fano, un caffè servito in tazza di vetro con alcune gocce di rum, anice e cognac uniti a scorza di limone, che mi procura una sorta di dipendenza serale, con il pretesto della visione degli struggenti tramonti. Bere questa essenza pregiata è una sorta di momento rituale, che dà la sensazione di ingerire una pozione magica che trasmette la consapevolezza di un’identità collettiva. Galvanizzata da queste piacevoli scoperte mi dirigo in sella ad una bicicletta lungo la ciclabile che costeggia il mare, la Bicipolitana, spaziando con lo sguardo sulla vegetazione selvaggia che lambisce l’acqua salata, sulle dune di sabbia che paiono celare tesori infiniti, sui tronchi divelti che sembrano stanchi guerrieri prostrati dalle insedie del tempo.                           

 Dopo una decina di chilometri giungo a Pesaro, dinanzi alla fontana con la Sfera Grande di Arnaldo Pomodoro,  simbolo di un microcosmo di bellezze che gli audaci pedalatori tendono a fare proprie quasi fossero in sella ad un fido destriero. La città è un moderno centro turistico e manifatturiero, sviluppatasi sulle orme degli Sforza e dei Della Rovere, nominata nel 2017 dall’Unesco Città creativa della musica. La presenza di Gioacchino Rossini, nel 150 esimo dalla sua morte echeggia in molti angoli della località , dalla sua casa natale, che visito accompagnata dalle celebri arie musicali da lui scritte, alle tante sagome che lo ritraggono , sospese
dovunque come una sorta di conviviale sagra paesana. Dopo aver visitato i Musei civici e le aree archeologiche di via dell’Abbondanza e di Colombarone, ritorno a Fano sulle fedelissima due ruote osservando i bei colori pastello del cielo che incorniciano il mare, gioiendo della carezza di un fresco venticello che mi sospinge invitandomi a tornare presso la mia quiete serale, appagata da quel fantastico territorio marchigiano che la mobilità lenta mi ha fatto inebriare, accarezzandomi
dolcemente il cuore.

                       Giuseppina Serafino

domenica 6 gennaio 2019

Trek al Ponte tibetano Carasc

Una escursione nel Canton Ticino per vivere l’esperienza del percorso su un ponte tibetano. In una incantevole giornata autunnale si inizia a camminare tra filari di vigna con una splendida vista sul Piano di Magadino e sul Lago Maggiore che si intravede sullo sfondo. Percorso un breve tratto, abbandoniamo l’asfalto per risalire lungo la mulattiera selciata che s’inoltra nel bosco per giungere al bivio per San Defendente (m.633), dopo aver visitato il grazioso borgo, con i prati ben curati, le baite ristrutturate e l’oratorio di origini tardo medioevali con affreschi risalenti al XVI secolo. Proseguendo in direzione Carasc, il paesaggio cambia e le vigne lasciano il posto ai castagni che caratterizzeranno tutto il cammino. Molti di noi si sguinzagliano
lungo i pendii a far incetta di marroni quasi fossero preziosi trofei da esibire, altri preferiscono osservare la magia della tavolozza di colori che impreziosisce l’ambiente circostante come un quadro d’autore. Dal fitto bosco risaliamo la costa per raggiungere il versante che guarda alla Val Sementina. Con una breve discesa raggiungiamo il “Ponte Tibetano di Carasc” che, con un grandioso impatto scenografico, ci appare in tutta la sua superba eleganza. prima di iniziare a percorrerlo ci soffermiamo a farci scattare foto per documentare quella che riteniamo sia un’eroica impresa da condividere. Dopo un
primo tratto attraversato con euforia baldanzosa, una strana sensazione di disagio inizia a impadronirsi della mia compostezza mentre con la coda dell’occhio avverto sotto i miei piedi il baratro sulla vallata. Il panico per il senso di vertigine è acuito dal leggero movimento oscillatorio del ponte che si estende per una lunghezza di duecento metri. L’istinto di sopravvivenza spinge a guardare davanti accelerando il passo per raggiungere prima possibile il traguardo finale dove ci attendono divertiti i restanti componenti del gruppo. Riprendendoci con una dignitosa compostezza, raggiungiamo il panoramico spiazzo nel bosco su cui sorge la Chiesa di san Bernando (m.616) di origine romanica, ricchissima di affreschi del Trecento e del Quattrocento. Fra questi si nota un curioso dipinto dell’Ultima Cena, nel quale l’autore ha disposto sulla tavola prodotti locali come i gamberi di fiume, ciliegie, vino e pani di varie dimensioni, illustrati con dovizia da una guida del Comune del
Monte Carasso.Oggi appare isolata ma un tempo era il fulcro della vita del villaggio, le sue origini risalgono alla fine dell’XI secolo. Sostiamo fra un agglomerato di case di pietra disabitate che paiono volerci far riassaporare un’atmosfera fiabesca con la fontanella che attenua il disagio della forte calura. Meraviglioso il panorama sulla vallata sottostante che ci fa sentire come aquile che planano nella bellezza dell’infinito. Nel primo pomeriggio, a malincuore, ci stacchiamo da quella pace idilliaca per scendere verso Sementina, assaporando i mille colori di una natura decisamente generosa che ci appagherà della necessaria fatica intrapresa. Ripensandoci si stenta a credere che ci possano essere contesti incontaminati in cui riprovare a vivere le sensazioni dei primi abitatori che avevano creato ponti di ogni sorta verso mete apparentemente irraggiungibili. Una affascinante metafora da incarnare nel vivere quotidiano.
                        Giuseppina Serafino


                                               
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giovedì 3 gennaio 2019

Camminando verso Matera 2019

Fervono i preparativi per l’inaugurazione di Matera 2019 Capitale europea della Cultura, prevista per il 19 gennaio. Sono molti coloro che desiderano conoscere questo gioiello ricco di fascino senza tempo e i luoghi in cui essa risulta incastonato. Gli amici dell’Associazione Sloways hanno organizzato un percorso che da Bari conduce a passo lento verso la città dei Sassi per avvertire le magiche sensazioni degli antichi viandanti. Si parte con un transfert verso l’azienda agricola Cannito
parco dell'Alta Murgia
per dirigersi
scorcio cattedrale di Altamura
Cassano delle Murge, un borgo le cui origini medioevali sono ancora presenti nelle “case torri”, passando sotto gli archi e le finestrelle ripide gratinate. Il cammino inizia dal bosco di Mesola, con la tipica macchia mediterranea, passando su strade per lo più sterrate fino ad arrivare a Santeramo attraverso la Pineta Galletti, che prende il nome dalla masseria settecentesca situata al suo interno. Il giorno successivo ci si dirige verso la bella campagna del Parco nazionale delle Murge, su e giù per le colline con lo sguardo che si perde fra masserie e greggi sparute.
Presso la Masseria Scalera, a metà strada, è possibile assaporare il formaggio fatto in questa azienda a conduzione familiare, secondo le regole di un tempo. Si prosegue poi per Altamura, dopo circa 24 chilometri, accedendo in essa dalla Porta Bari e attraversando corso Federico II di Svevia, amato re illuminato che governò il Sud d’Italia nel XIII. Dopo aver degustato le prelibatezze del luogo, fra cui il celebre pane, si riprende il giorno successivo l’itinerario per giungere a Gravina di Puglia, Graivna significa burrone e la città è letteralmente costruita ai suoi margini. Il suo aspetto caratteristico è il sottosuolo, nel quale esiste una città intera sotterranea, scavata lungo i secoli nella roccia tufacea, con particolari chiese rupestri. Attraversando il ponte di pietra sul burrone si verrà proiettati nel passato poiché si percorre la Via Appia che collegava Roma al rinomato porto di Brindisi; dopo pochi chilometri ci si imbatte nell’area archeologica di

Botromagno. Si potranno gustare le specialità locali a Borgo Picciano, presso la Masseria la Fiorita e al mattino, un transfer consentirà di recarsi al Lago di San Giuliano, ultima tappa del cammino. Il terreno appare alquanto ondulato, soprattutto nella parte che conduce verso la collina dove si trova Matera. La meta è ovviamente il quartiere “Sassi” che consente di rivivere la cultura millenaria di questa città scavata nella roccia, testimonianza di civiltà già presente nella Preistoria.Un museo a cielo aperto con le sue case grotta, i Sassi sono dichiarati patrimonio Unesco nel 1993.
 Si tratta quindi di un viaggio fantastico fra natura e storia nelle sue diverse connotazioni che vanno dall’antropologia, con abitudini ancestrali che ancora riaffiorano nella quotidianità, all’archeologia accostata in quegli apparenti cumuli di pietre che contraddistinguono un luogo dal fascino unico.
                                                                                             
                                          Giuseppina Serafino

lunedì 31 dicembre 2018

Milano in Mostra 2019

Le Mostre 2019 presentate a Milano sono incentrate sul Cinquecentenario della morte di Leonardo da Vinci e interesseranno diversi spazi della città. Si va dal Castello Sforzesco, in quanto casa del genio vinciano, durante la sua permanenza nel capoluogo meneghino a servizio degli Sforza; verrà riaperta la Sala delle Asse con un intervento multimediale che proporrà un tour virtuale alla scoperta dei luoghi di Leonardo a Milano. Palazzo Reale dedica tre mostre alla sua opera e a come Leonardo abbia influenzato il modo di rappresentare la realtà, presenterà inoltre grandi mostre dedicate ad Antonello da Messina, Giorgio De Chirico, Emilio Vedova e Jean-Auguste- Dominique Ingres, artista che più di ogni altro si è ispirato a Raffaello. 
Cesare Viel- Infinite ricomposizioni
   
ll Museo del Novecento, mette in un insolito dialogo, Lucio Fontana e il grande maestro del Rinascimento; si vedranno inoltre opere di Filippo De Pisis, Adriana Bisi Fabbri, Remo Bianchi, Renata Boero. Gam- Galleria d’Arte Moderna, partendo dal marmo della Vestale, tra i capolavori di Antonio Canova, rende omaggio ad Angelo Morbelli, uno dei protagonisti della pittura divisionista. Il Pac -Padiglione d’Arte Contemporanea dedica una mostra al suo stesso progettista, Ignazio Gardella, il grande ingegnere, architetto e
Bob Krieger
designer scomparso vent’anni fa, che nel 1948 vinse il concorso di progettazione per la trasformazione delle vecchie stalle della Villa Reale di via Palestro. In questo spazio espositivo si terranno le personali degli artisti contemporanei Anna Maria Maiolino e Cesare Viel, oltre ad un focus sull’arte contemporanea australiana. Il Mudec- Museo delle Culture prosegue la strada dell’approfondimento delle relazioni tra mondi diversi con un progetto espositivo che indaga il rapporto fra impressionismo e giapponismo; l’Estremo Oriente è anche il riferimento del confronto culturale all’interno del progetto espositivo dedicato a Roy Lichtenstein.
Sono in programma focus sulle tradizioni e le collezioni di arte giapponese e un approfondimento sulla cultura peruviana, in particolare sui flussi migratori tra Perù ed Italia, con un riferimento alla comunità milanese, la quarta per numero di presenze in Italia.
Antonello da Messina
Giorgio De Chirico
Alcune anticipazioni per il 2020, anno dedicato alla creatività femminile, vedono la retrospettiva di Maria Lai al Museo del Novecento, la prima in Italia dell’artista cubana Tania Bruguera al Pac e una mostra dedicata alle donne nelle avanguardie russe del Novecento. Nel bicentenario della composizione de “L’Infinito”, la Biblioteca centrale dedica una mostra a Giacomo Leopardi, in collaborazione con il centro nazionale di Studi Leopardiani, per porre in risalto l’importanza del soggiorno milanese dello scrittore e poeta marchigiano. Un Infinito incanto della metropoli milanese.       

                                Giuseppina Serafino

giovedì 27 dicembre 2018

In Armenia a passo lento

Da qualche tempo il turismo mostra un certo interesse per la regione caucasica dell’Armenia che viene considerata alquanto tranquilla. Si tratta di un grande impero divenuto un territorio di circa 30.000 chilometri quadrati a est del monte Ararat, racchiusa fra Turchia ad Ovest, Iran a sud, Azerbajan a sud est, Georgia a nord. Ai suoi tre milioni di abitanti si devono aggiungere i circa dieci milioni di Armeni sparsi per il mondo, che contribuiscono ad alimentare le risorse economiche della loro povera nazione. Dal 21 settembre 1991 l’Armenia è uno stato sovrano che risente, come gli altri stati satelliti dell’ex Unione Sovietica, di una grande crisi di risorse, pur con l’apparente benessere della capitale.
Il suo antico nome era Hayastan, ossia terra di Hayq, figlio di Jafet e nipote di Noè; gli Armeni sono uno dei popoli indoeuropei più antichi. Nel I secolo a.C divenne protettorato romano e nel 63 d. C Nerone,fece costruire il tempio di Mitra in stile ellenistico perfettamente conservato che si trova a Garni, a circa trenta chilometri da Yerevan, ed è sulla strada di Gheghard , dove sarebbe stata venerata la lancia che ferì il costato di Cristo. Gli Armeni sono stati accostati al popolo ebraico per la sua storia sofferta che li hanno portati a costruirsi una propria identità.
L’Associazione denominata “Movimento lento” propone un itinerario che dalla capitale Yerevan, in senso orario si spinge a nord sfiorando la Georgia e scende verso sud est, costeggiando il lago Sevan, per arrivare alle pendici dell’Ararat, in Turchia, per una camminata o pedalata di circa 550 chilometri. Lasciando la capitale, città che supera il milione di abitanti, ci si sposta a ovest di 25 chilometri concludendo la tappa a Edjmiadzin, lungo chilometri di fatiscenti case da gioco, in una sorta di Las vegas dei poveri; a metà percorso si possono visitare i resti dell’antica basilica di Zvartnots (sec.VII). La sopracitata località è la sede del catholicòs, il pontefice della chiesa armena ed è un grande parco animato da una moltitudine di fedeli e da cerimonie solenni.Tappe successive sono Aruk, Talin ed Artik con campagne deserte e rilievi fra i quali si erge il monte Ararat, alto 5137 metri.
 Si cammina con un programma di tappa ma non sapendo dove si alloggerà al termine della giornata, fra alberghetti o sistemazioni precarie. Dopo sei giorni si raggiunge Gyumri, 160 chilometri a nord della capitale, con circa centomila abitanti, in un’ampia vallata dominata dal monte Aragats che supera i quattromila metri. Spostandosi ad est, superando un colle, si scende su Spitak, seguendo la ferrovia che va in Georgia. Nei dintorni di Stitak è stato costruito, in seguito al terremoto, il villaggio Italia che ora è gestito dai nostri alpini in congedo. A Vanadzor ci si dirige verso nord per raggiungere Alaverdi in due giorni in un paesaggio georgiano, che ha l’aspetto alpino, nonostante la quota sia più bassa. Si notano valli chiuse e strette, più verdeggianti rispetto all’aridità precedente con vasti
altipiani, nascosti in alto. La tradizione dice che nel villaggio pastorale di Odzun,con una chiesa antichissima, sia passato l’apostolo Tommaso. Sopra Alaverdi si trovano due monasteri imperdibili poiché inseriti nel Patrimonio Unesco: Sanhahin e Haghpat, raggiungibili con minibus e fuoristrada. Ridiscendendo verso sud-est, attraversando la regione abitata dai “molocani”, una comunità di contadini (al contrario degli armeni pastori)di origine russa, così denominata per la loro dieta a base di latte, che giunse dalla Russia all’inizio del XIX secolo perché considerata eretica rispetto alla chiesa di Mosca. I due villaggi di Liermontovo e Filetovo, sono incastonati in una piana circondata da montagne.
 L’undicesima tappa del viaggio porta al lago Sevan: a poco meno di 2000 metri, con un’estensione di 3650 chilometri quadrati è un ottavo dell’Armenia, tanto che occorrono due giorni di cammino per costeggiarlo da nord a sud. Come fecero gli invasori ed i mercanti, si percorrono le orme di Tamerlano sulle vie della seta e delle spezie. Yeghegnadzor, dal nome impronunciabile, è sede di monasteri e di antiche università; un pellegrinaggio dovuto è quello al monastero di Kor Virap, affacciato alla terra di nessuno che divide l’Armenia dalla Turchia, Dopo una ventina di giorni si rientra a Yerevan, alle comodità e alle certezze quotidiane ma con la nostalgia degli spazi infiniti e il desiderio di riassaporare le molteplici suggestioni accostate.
                                                                                                                                                             Giuseppina Serafino