sabato 29 novembre 2014

“Food La scienza dai semi al piatto”


Quando parliamo di cibo, parliamo di storia, tradizione, cultura, qualità e innovazione. Sono queste le caratteristiche che contribuiscono a fare del Made in Italy un brand di eccellenza riconosciuto a livello mondiale”. Ecco allora che il cibo diventa terreno fertile di dialogo tra Paesi; l’agricoltura come laboratorio di cooperazione internazionale”. Così ha affermato il Ministro Maurizio Martina all’inaugurazione della mostra “Food ­-La scienza dai semi al piatto”, in programma  al Museo di Storia Naturale di Milano, fino al 28 giugno 2015, che indaga il mondo del cibo, anche mediante una forte componente ludico-gastronomica. Promossa e prodotta dal  Comune­-Cultura, 24 ORE Cultura
- Gruppo 24 Ore e con il Patrocinio del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, essa rappresenta il più importante evento di divulgazione scientifica sul tema chiave di EXPO 2015. “Nutrire il Pianeta, Energia per la vita”. Il progetto scientifico di “Food La scienza dai semi al piatto”, curato dal chimico Dario Bressanini, docente presso L’Università dell’Insubria,  si  snoda su un percorso costituito da scenografiche immagini al microscopio, video didattici e giochi interattivi suddiviso in quattro sezioni:
1.       Tutto nasce dai semi
2.       Il viaggio e l’evoluzione degli alimenti
3.       La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene
4.       I sensi. Non solo gusto
Grande rilevanza viene dato alla cucina, analizzando gli errori più comuni e il modo migliore per evitarli. Viene spiegato  inoltre il funzionamento degli elettrodomestici e dei macchinari per la lavorazione degli alimenti come: la risatrice, il tostino per caffè, la temperatrice per la produzione del cacao. Un’altra attenzione viene rivolta alle ricette di differenti epoche storiche per comprendere l’approccio al cibo nel corso dei secoli. La mostra si conclude con una sezione dedicata ai sensi, dove dei sofisticati exhibit interattivi, conducono il visitatore a scoprire come essi possono influire sulla percezione del gusto. L’assessore alla Cultura Filippo del Corno ha dichiarato:” Food è la mostra ideale per anticipare i temi dell’Esposizione Universale. Un modo per entrare nel mondo del cibo, delle sue origini, delle sue forme, delle sue ragioni, delle sue frontiere. Essa si avvale di un apparato scientifico-divulgativo di grande autorevolezza ma al tempo stesso stupisce, appassiona, diverte.”Quindi non resta che catapultarsi in questo vortice gaudente, visto che, come diceva G.Bernard Shaw,“Non c’è amore più sincero di quello per il cibo”.                          (Giuseppina Serafino) 

martedì 25 novembre 2014

Sapori di Valtellina in Accademia

Gita sociale di chiusura della stagione escursionistica del Gruppo milanese “Amici della montagna”.Ancora una volta viene scelta la località di Teglio, presso il  ristorante“Combolo”, dove è possibile  gustare i piatti tipici della tradizione valtellinese. Nella seconda metà dell’800 vi sono testi che parlano dei pizzoccheri, paste grossolane che si cospargono con buttirro e formaggio, a guisa di tagliatelli, delle quali vanno assai ghiotti i Sondriesi. Nel 1889 il medico condotto tellino Bartolomeo Besta , parla di un modello di alimentazione dei produttori agricoli basato sull’autoconsumo dei propri prodotti. I tre piatti che come ingredienti avevano il grano saraceno erano:…”Tagliatelli, detti Pizzoccheri, bolliti nell’acqua e poi conditi asciutti con buona dose di cacio e di burro, la polenta taragna  e gli sciatt o chiscioi”. Il grano saraceno, della famiglia delle poligonacee, è ormai certo che giungesse dalle regioni siberiane e che abbia raggiunto nel tardo Medioevo l’Europa. L’ambiente di provenienza è la tipica brughiera stepposa dell’Europa nord-orientale, in tedesco Heide, per cui Heidekornv sarebbe il grano della brughiera o della steppa. Heiden è nella lingua tedesca il pagano, da cui l’Heidenkorn, il grano dei pagani, in perfetta sintonia con il corrispondente “grano dei Saraceni”, i “non cristiani” per eccellenza dei tempi medioevali. I pizzoccheri, a poco a poco ,sono divenuti un’emblema territoriale da salvaguardare, tanto che èstata fondata una Scuola vera e propria l'Accademia del Pizzocchero di Teglio, nata nel 2002,  come si legge nello Statuto: ha lo scopo di Tutelare, Promuovere e Diffondere il Pizzocchero  e, nel contempo, tende  a  incoraggiare tutte le iniziative  che valorizzano l’enogastronomia tipica locale. Per festeggiare il decennio era stato presentato un libro di 312 pagine, 700 fotografie che documentano trasferte in giro per il mondo, mostre di pregio a Teglio, cene di beneficenza, incontri  tesi  a promuovere la ricetta originale del pizzocchero tellino. Un lavoro molto impegnativo che costituisce una sorta di memoria storica dell ‘Accademia, guidata dal presidente Rezio DonchiI pizzoccheri  sono tagliatelle larghe circa 5 centimetri , ottenute da una sfoglia di farina nera e bianca,uniti dopo 5 minuti di cottura , a verze  e a piccoli pezzi di patate a tocchetti. Dopo che sono stati raccolti con una schiumarola, vengono deposti in una teglia e cosparsi con formaggio grana grattugiato e Valtellina Casera Dop a scaglie, su ciò viene versato burro soffritto con l’aglio, e una spruzzata di pepe. Per fare gli sciatt, si mescolano i due diversi tipi di farine sopracitate con il sale, aggiungendo acqua fino ad ottenere un impasto morbido, al quale si unisce bicarbonato, un pugno di formaggio grattugiato e un bicchierino di grappa. Con un cucchiao si raccoglie un po’ di impasto, inserendo un dadino di formaggio, e lo si fa soffriggere in olio bollente. Quindi si scolano gli sciatt  e si servono caldi con del cicorino. Assaporando questi piatti della robusta tradizione agricola valtellinesi ci si sente proiettati in un sorta di viaggio nel tempo  poiché si riscoprono consuetudini e valori  arcaici di un territorio  a cui  ci si sente indissolubilmente avvinti.              (Giuseppina Serafino)

domenica 23 novembre 2014

“I Migliori Vini Italiani” al Museo


Nella suggestiva cornice del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia  di Milano, è stato organizzata la prima edizione di “I Migliori Vini italiani".  La scelta di questa location, da parte di  Luca Maroni, analista sensoriale e una delle
più note firme italiane dell’enologia italiana, è dovuta al fatto di voler rendere un forte impatto emozionale verso la conoscenza dell’universo vino. La kermesse è iniziata con la premiazione dei migliori produttori della Regione Lombardia, presenti nella ventiduesima edizione dell’Annuario dei Migliori Vini Italiani 2015. Ad ottenere il riconoscimento sono stati: Il Franciacorta 1701 Satèn 2009 (Miglior Spumante Metodo Classico), il Pinot Nero Rosè Brut Cruasè Isimbarda (Miglior Spumante Metodo Classico Rosè), il Pinot Nero Spumante Charmat Extra Dry Vanzini (Miglior Spumante Metodo Charmat), il Cuvèe Eleonora Giorgi Extra Dry Rosè (Miglior spumante Metodo Charmat Rosè), il Corte di Cama Sforzato Valtellina 2012 Mamete Prevostini e il Pinot Nero 2010 Podere Bignolino (rispettivamente primo e secondo Miglior Vino Rosso Lombardia).All’azienda Ca’ del Bosco è stato conferito il riconoscimento come miglior Produttore della Lombardia. Luca Maroni ha affermato che la sua metodologia di valutazione, attribuisce un semplice valore numerico alla qualità del vino,  poiché egli intende fornire un metodo di valutazione universale e scientifico basato sui tre parametri di Consistenza, Equilibrio e integrità. I migliori vini italiani al vertice della classifica con un punteggio di 99, sono stati: il Lambrusco Marcelo Ariola, il Barbera  Merum 2012 bellicoso, il Montepulciano d’Abruzzo Janù 2011 Jasci & Marchesani, il Ruchè L’Accento 2013 Montalbera, l’Eremo di San Quirico Aglianico Campi Taurasini 2011 nativ. L’auspicio espresso nel corso della  affollata serata di avvio della manifestazione  è stato quello che i produttori possano creare dei video che,  tramite immagini d’autore, permettano di   “gustare” visivamente le eccellenze vitivinicole da loro realizzate.
                                                                                 Giuseppina  Serafino

giovedì 20 novembre 2014

Lucania da riscoprire


Una regione resa tristemente celebre dal brigantaggio e dall’alto tasso di analfabetismo, legato alla povertà, ma  famosa  anche per i suoi poeti  da Orazio a Rocco Scotellaro, per gli studi sulla magia di DeMartino, per il “Cristo si è fermato ad Eboli” che ha creato  una delle tante opere cinematografiche qui girate, più di 40 pellicole dei più celebri registi: Taviani, Rosi, Rossellini, Pasolini, Gibson. “La Basilicata esiste, è un po’ come il concetto di Dio, ci credi o non ci credi” ha affermato Rocco Papaleo in “Basilicata coast to coast”. Lucania, ebbe a dire Pier Paolo Pasolini, come una “Cenerentola del Meridione popolare”. ll dialetto spesso  assurge a vessillo di un’identità da riscoprire,  aspro come il sapore della dimenticanza in una terra  che vorrebbe ritrovarsi.  Proprio come il protagonista del romanzo “Creta rossa”, di Giuseppe Colangelo, un carabiniere in pensione, che torna nei suoi luoghi di origine, riscoprendo le magiche atmosfere di un mondo perduto capace di stupirlo e di coinvolgerlo in oscure vicende dai risvolti imprevedibili. L’autore  ha  voluto descrivere le speranze tradite di una terra sconvolta dagli anni cruciali del boom economico. Una rivisitazione dei luoghi del Materano in cui Colangelo si era già cimentato con la “Freccia di Mezzanotte”, un tempo famosa corriera che la notte portava a casa, nei vari paesi di montagna i passeggeri che arrivavano alla stazione di Grassano. I ricordi riaffiorano rimbalzando dai grattacieli di New York agli angusti e polverosi vicoli di Stigliano. Briganti e rancheros, pistoleri di celluloide ed eroi di cartoon si mescolano a poeti, ad umili contadini  nella location ideale  di un novello Sergio Leone lucano che crede nei valori della memoria”. Si riassapora fra le parole, il gusto di un territorio antico in cui è rimasto saldo il legame con tutto ciò che richiama il  senso della tradizione: le feste di paese, con le solenni  processioni e la grande devozione che le supportava; la fatica del duro lavoro poco ripagato, la corrosiva maldicenza della gente di  piazza.  Riaffiora il ricordo di paesaggi lunari flagellati dalle torride canicole estive, in cui la coltre di inquietante immobilità era rotta unicamente dal fastidioso ronzio della mosche, misto ai latrati dei cani allertati dal fruscìo dei rovi. I termini dialettali restituiscono il sapore di una quotidianità grezza ma intrisa di rassicurante semplicità così come il passo stentato degli asini, tirati faticosamente per la cinghia, per ovviare alla loro innata ritrosia. Una atavica ritrosia connaturata nei vecchi nei confronti del forestiero che irrompe in quel mondo che tende a ripiegarsi su se stesso  dopo che i tanti figli l’hanno abbandonato ma che ora, magari, ambiscono a ritrovarla nei ricordi, nella cinematografia, o nella letteratura.  Fra le pagine di scrittori come Giuseppe Colangelo , poliedrico  conterraneo  che contribuisce  a restituirne l’amato sapore, anche mediante un altro  suo  libro“A zonzo per il materano”,  in cui vuole  far conoscere l’enogastronomia di quella città che è stata da poco proclamata capitale della cultura per il 2019. Cibi rustici che, più che con il gusto e l’olfatto, devono  essere assaporati  con il cuore, spaziando con la mente su quei cumuli di pietre che chiamano paesi, su quei serpenti di pietra senz’acqua che attraversano  angoli di deserto in cui si cela, misteriosamente, l’essenza di una vita primigenia, densa di  prorompenti significati autentici         (Giuseppina Serafino)




                




martedì 18 novembre 2014

Coca-Cola a Expo Milano 2015

Coca-Cola ha  ufficialmente presentato il Padiglione Corporate con cui prenderà parte a  Expo 2015 a Milano, dal 1°maggio al 31 ottobre 2015. Alla conferenza stampa hanno partecipato Giuseppe Sala , Amministratore delegato di Expo 2015 S.p. A, e Kim Alexander, General Manager Coca Cola per Expo 2015.Il Padiglione Corporate di Coca Cola rappresenta la sintesi del patrimonio e della visione della Company, in linea con il tema dell’Esposizione Universale “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” e fungerà da cornice in cui l’Azienda racconterà in maniera esperienziale il proprio modello di sostenibilità, basato sulla promozione di stili di vita attivi e un’alimentazione equilibrata, l’innovazione di prodotto e la protezione dell’ambiente. L’edificio, un parallelepipedo  di 35 x 20 e alto 12 mt , ha una superficie complessiva di 1000 mq suddivisa su due piani, ed è  stato progettato dall’architetto Giampiero Peia ; sorge vicino al Padiglione Italia e Lake Arena ed è interamente realizzato  con materiali ecosostenibili. Le pareti esterne laterali, in vetro e legno, riproducono il celebre logo Coca-Cola e la silhouette di Contour, la storica bottiglia in vetro della Coca-Cola, che nel 2015 festeggerà  il suo centenario.L’ingresso e l’uscita del Padiglione sono caratterizzati da suggestive cascate d’acqua su cui sono proiettati video e animazioni e sono privi di porte per consentire la ventilazione naturale. Anche la copertura superiore rispetta i canoni di sostenibilità poiché risulta piantumata con vegetazione che non necessita di manutenzione e che garantisce la riduzione del surriscaldamento degli ambienti interni.Concepito già con l’ampiezza di un campo da  basket, al termine dell’esposizione il Padiglione verrà  ricostruito per diventare uno spazio coperto, a beneficio della comunità locale, dove poter praticare attività fisica." ha dichiarato Kim Alexander, General manager di Coca-Cola  per Expo 2015, “essa ha da sempre lavorato per creare comunità più forti, in salute ed attive, e per la tutela ambientale, anche grazie al modello di cooperazione fra istituzioni, imprese private e società civile”.
                                                                                                  (Giuseppina Serafino)                                          
                                                          

lunedì 17 novembre 2014

Golosaria- “Rassegna di Cultura e Gusto”


“La vita come gusto, il gusto come stile di vita” questo il suggestivo tema della 9° edizione di  Golosaria,  presso il Super Studio  Più di via Tortona, a Milano, ideata da Paolo Massobrio e Marco Gatti. La fiera-mercato, in un’area di 8000 mq, ha ospitato  più di 200 artigiani del Gusto selezionati da “Il Golosario 2015” e un centinaio  sono state, invece, le cantine Top Hundred, presenti con i propri vini. Una novità è stata quella del padiglione Choco longe, in cui i maestri cioccolatieri hanno esposto i loro raffinati prodotti. L’Italian Style ha raccolto le aziende capaci di portare il gusto italiano nel mondo, rappresentando il cosiddetto Made in Italy. Interessante l’attenzione rivolta al benessere,  ossia ad uno stile di vita salutare, si ritiene che il wellness  non debba mai essere disgiunto dal gusto. Protagonisti sono  state alcune realtà simbolo, che propongono un vero e proprio stile di vita salutare. Molteplici gli eventi che si sono succeduti presso l’Agorà con talk  e master di cucina, mentre alcuni chef della tradizione e dell’innovazione si sono prodotti in show cooking . Altri momenti di particolare coinvolgimento sono stati quelli di Grill Academy, con l’esperto di barbecue Gianfranco Locascio e il suo staff.  Degustazioni guidate si sono avvicendate nel Wine tasting, mentre i profumi dei grandi distillati sono stati dispensati dal Club Amici del Toscano, in 14 incontri di “Parole & Nuvole”.La cucina italiana di strada e la Trattoria milanese del futuro hanno caratterizzato la proposta del pranzo a Golosaria per coloro che vogliono assaporare il gusto di cibi non convenzionali: la focaccia di Recco by Manuelina, la piadina romagnola ma anche gli Sciatt a porter valtellinesi, ovvero gli scrigni di grano saraceno, ripieni di formaggio in versione da asporto. La Cucina delle langhe ha proposto gli agnolotti da passeggio,  deliziosi i casoncelli delle valli bergamasche e il fantastico Kebab piemontese, proposto da Kebarbuma.  Novità assoluta di quest’anno la tappa Golosaria Bread Religio, la rassegna ideata da Petra Molino Quaglia che ha portato in scena il panino gourmet. Ancora una volta la risposta del pubblico ha dimostrato l’importanza di una rassegna gastronomica di alto  livello, tesa a selezionare le eccellenze del nostro territorio e a valorizzare la sapiente opera di produzione dei molteplici artigiani del gusto in esso presenti.

                                                                   Giuseppina Serafino
                                                                   

martedì 11 novembre 2014

Murta: Zucche, Zucche,…sempre Zucche!


Di ritorno da un trekking al Santuario della Madonna della Guardia, ci è capitato di soffermarci alla curiosa Mostra delle zucche di Murta, una frazione di Bolzaneto , a circa venti chilometri da Genova. Una festa di colori in cui fiumane di visitatori si immergevano beandosi, più dei tanti bimbetti da loro accompagnati. Molteplici le delizie culinarie negli stand gastronomici, tutte rigorosamente a base della celebre cucurbitacea, simbolo di Halloween: frittelle, dolci, liquori,persino la pizza, serviti in una deliziosa location, stile casetta dei sette nani, da sorridenti massaie con cappellini e grembiuli orange. Che incanto le decine e decine di zucche, di varie  dimensioni e colori, disposte in ogni angolo di quel magico luogo nel quale era bello perdersi per scoprire aspetti insoliti di quella produzione, così come la graziosa sagoma di una carrozza di cui si lascia indovinare  quale fosse la forma. La manifestazione, giunta alla ventottesima edizione, prevedeva attività collaterali di ogni sorta, dal concorso per eleggere la zucca più lunga, grossa o particolare; una lotteria e la premiazione di fiorai e  di vetrine più belle, avvalendosi ovviamente del “mi piace” su pagina facebook. Tutto il paesino  era coinvolto, con decorazioni o menu a tema nei ristorantini, persino la scuola elementare ha partecipato con un’infinità di attività fatte realizzare agli scolari: disegni, cartelloni, ricerche, lavoretti  che costellavano una sala dell’edificio, con arredi d’epoca che richiamavano usi e tradizioni locali. Così come un paio di salette della Mostra in cui erano state ricostruite due abitazioni del secolo scorso, con aspetti del mondo nobiliare  o dell’ambiente contadino, meticolosamente arredati con suppellettili che richiamavano la zucca in tutte le possibili fogge. Non mancava la vendita di zucche, biscotti e souvenir policromi, un inno alla creatività in tutte le sue svariate declinazioni. Sembrava di trovarsi nel “paese della cucc…agna”,in una  dimensione  onirica e fanciullesca che faceva recuperare, implicitamente, connotazioni antropologiche di grande spessore. La  chiesetta di San Martino svettava a pochi passi, ricordandoci a chi fosse dovuto quel caldo tepore novembrino che aveva impreziosito ancora di più , la nostra felice giornata  nel  mondo fiabesco delle Zucche di Murta.                                                  Giuseppina  Serafino





                                                                

 

sabato 8 novembre 2014

Italia Beer Festival

Una speciale edizione dell'Italia Beer Festival  Pub- Edition, questa  di novembre, presso l’ East End Studios (Spazio Antologico) via Mecenate a Milano, prima di quella tradizionale di marzo 2015, che festeggerà il suo decimo compleanno. Si tratta di una mostra itinerante, tesa alla promozione della birra artigianale e di qualità, con i più quotati  gestori di pub,  ovvero publican, circa 27 provenienti da tutta Italia, che  si adoperano per farla conoscere secondo aspetti differenti . Particolarmente apprezzati sono i laboratori , curata dallAssociazione degustatori  Birra che collabora all’organizzazione del festival, ideato da Paolo Polli , e lo spazio food, con cibi da abbinare alla birra, tra cui cucina indiana, kebap, pesce crudo o piadina.  Nel corso di queste lezioni si apprende che le birre artigianali vengono prodotte con materie prime di qualità e che non vengono né pastorizzate né filtrate, cosa che avviene invece nelle birre industriali, per le quali non sempre vengono usate materie prime di qualità, tipo il mais. La schiuma non è espediente del publican per servire meno birra, essa ha due funzioni: l’espulsione di anidride carbonica in eccesso, permette di servire la birra ad una carbonatazione inferiore che esalta gusto ed aromi,  evitando una precoce sensazione di gonfiore. Inoltre, il “cappello” che si viene a creare, protegge la bevanda dall’aria, a contatto con la quale la birra  rischia di ossidarsi, vedendo compromessi i suoi aromi originari con sentori poco gradevoli. In passato i birrifici nascevano vicino alle migliori sorgenti d’acqua poiché essa è l’ingrediente principale della birra, che costituisce il 90% del prodotto. Gli altri elementi fondamentali sono il malto d’orzo,  il lievito e il luppolo. Quest’ultimo è una pianta rampicante utilizzata in origine con funzioni conservanti, esso conferisce il gusto amaro, ma anche aroma, con sentori che possono essere erbacei, speziati, terrosi, agrumati, di frutta tropicale, resinosi.Il lievito è un fungo che trasforma gli zuccheri semplici del malto in alcol e anidride carbonica, se è ad alta fermentazione (che lavora intorno ai 20%), si declina in diverse varietà che vanno a creare le tipologie belghe ed inglesi. Il lievito, a bassa fermentazione, che lavora fra i 4% e i 15% C, è tipico degli stili tedeschi e cechi che formano la famiglia delle lager.Si scopre che la birra “Doppio malto” non esiste, poiché si tratta solo di un termine fiscale, infatti la legge italiana divide le birre, in base al grado zuccherino del mosto prima della fermentazione, in 5 classi fiscali: analcolica, leggera, normale, speciale, doppio malto. A seconda della classificazione, vengono imposte diverse tasse, ovvero “accise”, di produzione. Curiosi alcuni nomi di birrifici presenti alla kermesse: la “Locanda del Monaco Felice”, “Il porco” ,“Ma che siete venuti a fa” (de Roma), “Vaffalluppolo”, così come molti dei personaggi, spesso alternativi,  e le atmosfere  rarefatte di un  variegato mondo che l’Italia Beer Festival consente di accostare. 
                                                                                     Giuseppina Serafino
                                                                                                       
                       
                                                      
                                                                         


                                                                                                        
                                                                   
                              




                                                                 






lunedì 3 novembre 2014

Sapori autunnali sui Navigli milanesi


Scampoli d'estate che sbeffeggiano con un ritrovato vigore climatico, la mitezza di un tepore autunnale che stenta a prendere piede. Si pedala partendo dalla graziosa chiesa di San Cristoforo sul Naviglio Grande, alle porte di Milano, incontrando frotte di runners e ciclisti che si allenano in plen air. Si stenta a credere, lungo il percorso che porta a Corsico, al fascino della antiche osterie, contraddiste dal buffo idioma meneghino, osservando  la miriade di strutture abitative dai canoni architettonici di dubbio gusto. Lo sguardo si perde alla ricerca di familiari schegge di antica milanesità che si ritrova dopo Trezzano e Gaggiano, con cascine che vengono preannunciate dall'inconfondibile odore di stallatico. Incantevoli gli scorci panoramici che si ammirano sui ponti intorno a Cassinetta di Lugagnano e, ancora di più allorchè, grazie a innumerevoli giri di pedale, si giunge ad Abbiategrasso. Dopo avere udito sfrecciare le automobili sulla strada laterale, si sente la profondissima quiete che aleggia nei parchi della ville nobiliari, impreziosite da statue e salici piangenti che si adagiano tristemente sulla melma verdastra del sottostante canale. Un'aria immobile è rotta da un gradevole cinguettio e dal rintocco delle campane dei vicini campanili, che si ergono a mute sentinelle di un dolce paesaggio campestre. Così come quei  pazienti filari di alberi che vorrebbero preservare  il bucolico territorio dalla  massiccia intrusione di cicloturisti domenicali, che si appropriano di sensazioni molteplici fra rogge e marcite. Quando il sudore imperla la fronte e si avverte l'intorpedimento delle mani che stringono il manubrio, si giunge a Robecco su Naviglio, nei pressi di Magenta, dove gli amici di Ciclobby incontrano i soci dell'Associazione "Leonardo in bici" per condividere il pranzo a base di cassoeula e barbera, consumato sotto i tendoni adiacenti alla Chiesa di san Giovanni Battista. Impagabile il gusto di quel piatto tipico ma soprattutto, gli intensi  sapori percepiti lungo il percorso intriso di calde tonalità cromatiche, sferzate solo dal passaggio di nugoli di rondini che, intorno a un piccolo camposanto nella campagna, rammentano stormi di uccelli neri come esuli pensieri nel vespero migrar", di carducciana memoria. Un monito, o soltanto il fugace presentimento della limitatezza del desiderio di fondersi, sia pure in sella a una bici,con le "divine" suggestioni autunnali dell'amato Naviglio milanese.       
                         Giuseppina Serafino


sabato 1 novembre 2014

Viaggio nell’arte di Chagall

A Palazzo Reale, fino al 1 febbraio 2015, si può ammirare  una grande retrospettiva milanese, con 220 opere di Marc Chagall. Capolavori provenienti dai maggiori musei del mondo, quali il Moma, il Metropolitan Museum di New York, la National Gallery di Washington, il Museo Nazionale Russo di S.Pietroburgo, il ebraica,  russa (alla quale attinge attraverso le immagini  religiose delle icone e  quelle popolari dei lubok che attraversa) e  la cultura occidentale. Un mondo che è stato definito visionario e onirico, in cui questo pittore giocoso proietta esperienze personali, emozioni, ricordi attinti dalle favole di La Fontaine, dal teatro, dalle tradizioni ebraiche, dai drammi della storia. Chagall ha avuto  un legame strettissimo con la Storia e con quel periodo del Novecento così tragico per i popoli europei, in particolare per la comunità ebraica. Ma, tuttavia, è sempre riuscito a mantenere la capacità di credere e di sperare, al di sopra di tutto, nei valori supremi dell’amore e della poesia .Dal 1907 al 1914, poco più che ventenne, a Parigi scopre il linguaggio della avanguardie e le rielabora alla luce delle immagini che  gli provengono dalla tradizione popolare russa. Egli diventa  il beniamino di alcuni dei maggiori artisti e intellettuali contemporanei, fra cui Modigliani, Apollinaire. Ne “Gli Amanti” si nota un senso di leggerezza dell’essere, una voglia di volare e di sfidare la forza di gravità, che sono uno degli aspetti dell’esaltazione gioiosa della passione amorosa. Si tratta di un esempio tipico di Chagall di raccontare le proprie esperienze emotive tramite immagini oniriche inserite in contesti reali. Alcuni dei temi fondamentali sono per lui la testa della mucca, il villaggio, l’albero della vita che dialogano secondo un principio di associazione di idee e non di realtà. Con la “Nascita” e il “Ritratto del poeta Mazin” ci troviamo di fronte a due capolavori del primo periodo francese. Tre fasi della sua  complessa produzione artistica si possono così sintetizzare:
Centre Pompidou.La mostra all’interno di un rigoroso percorso cronologico, si articola in sezioni, partendo dalle opere degli esordi, realizzate  in Russia; durante il primo soggiorno francese, e il successivo rientro in Russia, fino al 1921. Con l’autobiografia scritta da Chagall, si aprirà il II periodo del suo esilio, prima in Francia, e poi  negli anni ’40, a causa del nazismo, in America, dove vivrà la tragedia dell’amatissima moglie Bella. Con la scelta definitiva di stabilirsi in Costa Azzurra, Chagall ritroverà il suo linguaggio poetico più disteso rasserenato dai colori e dall’atmosfera del Midi, la gioia della meraviglia di fronte alla natura e all’umanità. La sua è un’originalissima vena artistica, scaturita dall’assimilazione delle tre culture a cui appartiene: 
1908-1914 L’influsso dell’arte russa è ancora forte, soprattutto nell’opera “L’anello” il cui impianto formale ricorda quello delle icone, “Il nudo rosso” e “L’autoritratto” annunciano l’avvento delle avanguardie.
1914-1922 E’ la fase del rientro in Russia. La casa natale, la famiglia, le presenze di Chagall bambino sono soggetti che compaiono in suoi dipinti. “Il viaggio a Berlino” e “Ma vie” rappresentano un momento importante di riflessione su se stesso e sulla propria cultura. Nel biennio che va dal 1914 al ’16 vi sono solo ritratti di ebrei, come “L’ebreo in rosa”.
1923 Il soggiorno in Francia comporta la riscoperta del paesaggio, della sua luce e della sua vegetazione che riesce a rendere con grande libertà. Chagall si confronta con pittori della tradizione classica, soprattutto Rembrandt. Emblematica questa sua citazione che suggella il fertile percorso creativo  da lui perseguito:
“Scorrono gli anni, volano i mesi e i giorni. Ti svegli una mattina, pare che sia finito un altro anno,  ma è soltanto un nuovo giorno”.
                                         Giuseppina Serafino