martedì 30 dicembre 2014

13° Censimento dei ciclisti milanesi

Lunedì, 22 dicembre 2014, quasi fosse un regalo di Natale, è stato presentato presso la sede di ChiamaMilano, in via Laghetto , il 13° censimento dei ciclisti milanesi promosso da Fiab Milano Ciclobby. Grazie ad una collaborazione con il Comune  e Amat (Agenzia mobilità  Ambiente e Territorio) è stato possibile incrociare i dati con quelli registrati dalle telecamere di Area C. La tendenza  degli ultimi tre anni dimostra un dato stabile di passaggi all’interno della cerchia dei Navigli, in una giornata  se ne verificano 34.100. Si tratta prevalentemente di sppecializzazione degli itinerari. Si può a buon diritto confermare il successo degli anni scorsi ottenuto dal servizio del Bike Sharing, che si  è  maggiormente rafforzato: più del 13 % delle bici rilevate in centro appartengono al servizio pubblico, con un picco nella postazione di largo Augusto. Più di un ciclista su 10 utilizza la bici “gialla”. Per  approfondire  la situazione nell’asse privilegiato della ciclabilità, fra corso Buenos Aire e corso Venezia,  è stata messa in atto anche una frazione modale o modal split, tesa a  verificare il passaggio di biciclette ed altri mezzi, all’altezza di viale Tunisia. Si è registrato un calo dei passaggi delle moto e un rafforzamento di quello delle auto  e delle bici, gli utenti di queste ultime  sono quasi quindici su cento.
ostamenti casa-lavoro, con flussi di ciclisti che si concentrano nelle ore di punta. Le postazioni più frequentate sono quelle di Porta Venezia e corso Buenos Aires insieme a Beltrami e poi Vittoria, Romana, Correnti, infine Magenta e San Vittore, facendo intuire una specializzazione degli itinerari.
Le conclusioni stilate dal gruppo di lavoro  è che linearità, efficienza  e flessibilità delle scelte di percorso sono gli elementi che determinano le preferenze dei ciclisti urbani, quegli stessi criteri che si auspica possano  guidare le scelte relative allo sviluppo della ciclabilità nel capoluogo meneghino."Io non voglio più piste ciclabili ma meno automobili , invito  i nostri amministratori ad avere coraggio nelle decisioni politiche messe in atto“ ha affermato in modo accorato Giulietta Pagliaccio, Presidente della Fiab nazionale, chiudendo  la  conferenza , affollata di ciclo simpatizzanti, novanta dei quali hanno prestato gratuitamente la loro opera per consentire l’effettuazione del  prezioso censimento.  A tutti coloro che amano la due ruote,
.. con viva e vibrante soddisfazione (messaggio di fine anno) fra i quali la sottoscritta, perché non dedicare un  celebre elogio:

Sì, pedalare, perché la bicicletta…
Non è solo uno strumento o un mezzo di trasporto, ma mescola sport, relax e piacere.
È una filosofia e un linguaggio, è simbolo e utopia.
È popolare e intellettuale.
È democratica e snob.
È universale e gentile.
Restituisce il piacere di un movimento che è naturale, proprio come respirare.
Fa stare bene.
È a dimensione d’uomo.
Riporta al centro di se stessi e del luogo dove si vive.
Ci fa sentire parte di qualcosa.
È memoria di quando si era piccoli e fa ritornare un poco bambini.
È l’elogio della lentezza, ma capace di regalare il piacere della velocità.
È il vento in faccia e il sudore sulla pelle.
Fa sentire di nuovo il profumo delle stagioni.
È alternativa, ecocompatibile e si parcheggia facilmente.
Ha bisogno solo di muscoli e di un po’ di forza di volontà.
Ama la leggerezza ed è silenziosa.
È semplicità, equilibrio e bellezza.
È uno strumento perfetto e tu sei il musicista.
Non ha diaframmi fra dentro e fuori.
Si muove a contatto con la terra, dentro la natura e fra la gente.
Apre al mondo, e tu lo attraversi e lui ti attraversa.
Modifica lo sguardo, stimola l’attenzione e le dà il tempo di fissarsi nel ricordo.
Allarga gli orizzonti e arriva sempre ovunque.
È una vera compagna di viaggio, capace di trasformarlo sempre in un’avventura.
È libertà e amore per la strada.
E anche se dà dipendenza come la droga, fa bene al corpo, alla mente e al cuore…


                                                                    Giuseppina Serafino     

domenica 28 dicembre 2014

Cibarsi di festa nelle Social street

Essere accolti con un sorriso e la gioia di sentirsi chiamare per nome, superando le diffidenze e l’anonimato che pervade la fredda metropoli. Questa è stata la piacevole sensazione avuta partecipando all’evento organizzato da Lucia Maroni, promotrice di “Via Maiocchi e dintorni”, uno dei fenomeni di aggregazione che maggiormente stanno animando le vie e i quartieri di Milano, suscitando grande interesse.
Una aria conviviale, all’insegna dell’interscambio ludico-ricreativo: giochi e laboratori per bimbi, tesi Abbiamo scoperto di essere molto diversi ma di avere tante cose in comune”. Tante le frasi scritte sui volantini distribuiti in Zona 3, che sintetizzavano lo spirito della sopracitata social street che, con una grande festa, ha voluto festeggiare il suo primo anno di vita. all’apprendimento di tecniche che favoriscano creatività, abbinati a buona musica, leccornie da condividere.“
I negozianti hanno partecipato gioiosamente mettendo a disposizione per la lotteria: buoni pizza, consumazioni al bar o trattamenti presso centri estetici, ecc. Anche le  vie limitrofe: viale Regina Giovanna, via Stoppani, viale Abruzzi, via Plinio, via Baldissera fanno parte di questo piccolo paese alle spalle di Porta Venezia che comunica con Facebook ma che si incontra per svolgere attività, scambiarsi consigli per le necessità quotidiane.Il lunedì i residenti del Gruppo menzionato si ritrovano per un aperitivo al bar Stoppani, al quale spesso partecipa un’arzilla americana, novantaquattrenne, che ha avuto l’idea di avviare  per i suoi  vicini un corso d’inglese presso il medesimo luogo, il sabato mattina. La Social street, nata  nel 2013, ci viene detto, non è un’associazione, non ha una natura legale è una circolazione di idee, di pensieri, in essa vige il principio della completa gratuità poiché è l’unica cosa che “paga” veramente. Sono più di cinquanta i gruppi di via attualmente presenti nel capoluogo meneghino, un fenomeno destinato ad allargarsi ancora di più.
Sembra di ritornare alla solidarietà di vicinato che si instaurava nei palazzi di ringhiera quando la propria vita diventava vita di tutti, nel bene e nel male,  e la gioia degli eventi era condivisa, così come la sofferenza, che veniva alleviata con un gesto, un sorriso, una parola amica.
 Ben venga questa rinnovata atmosfera da “sabato del villaggio”, in cui  vigeva il piacere di salutarsi e quando il semplice profumo del cibo che si diffondeva per le case, era un tacito invito, a  ritrovarsi e a fare festa!

                                                                                                                                                                         Giuseppina Serafino

venerdì 26 dicembre 2014

Omaggio al Food labour

Soffermandomi su quelle belle immagini di lavori agricoli, mi rammentavo le caldi estati  trascorse dagli zii, in Irpinia durante l’infanzia. Che gioiosa fatica partecipare alle attività stagionali della trebbiatura o della raccolta di patate e pomodori, tastando i prodotti della terra come doni offerti da una natura benigna.


Forse per questo motivo sorridevano i tanti Lavoratori del cibo, ritratti dal fotografo Silvestre Loconsolo, che dice di aver voluto  ricordare suo padre bracciante nelle distese cerealicole del foggiano. Si tratta di  una mostra, promossa dal Comune di Milano, con il contributo della Regione Lombardia e di CGIL FLAI (Federazione Lavoratori  Agroindustria), in omaggio al tema di Expo 2015 “Nutrire il pianeta. Energia perla vita”, allestita presso gli spazi espositivi di Palazzo Moriggia-Museo del Risorgimento , fino al 29 marzo 2015.  La finalità di questo  racconto attraverso fotografie, parole e documenti è quella di far conoscere l’identità culturale lombarda attraverso le condizioni di vita e di lavoro nell’Italia  della seconda metà del XX secolo, e le battaglie sindacali tese all’acquisizione dei diritti che rendessero più umane le dure condizioni di vita dei salariati. Il percorso espositivo è suddiviso in 5 sezioni che contemplano: il lavoro e la vita nei campi, aspetti della modernizazzazione, con il processo di  innovazione tecnologica nel mondo rurale, e per concludere, l’agricoltura nel mondo. La documentazione storica, con materiali inediti o inesplorati,  proviene dall’Archivio del Lavoro, della Same-Deutz Fahr e della Federbraccianti. Le immagini esprimono solo la volontà del fotografo di evidenziare delle attività che non sono mai state sufficientemente prese in considerazione, forse perché ritenute più come un dono della natura che non un lavoro. 


Visi arsi dal sole e precocemente corrugati degli zappatori o dei raccoglitori di ortaggi e frutta, sguardi che si perdono sulle bionde distese di grano come quelli di un nocchiero alla ricerca di un punto di approdo, nel grigiore di un’esistenza poco generosa, ma anche raggianti sorrisi di donne, come quelli delle mondine, che scandivano cantando i ritmi della raccolta, apportatrice di benessere da parte di una natura feconda, a ben assecondarla.

Non si può che essere grati agli ideatori di questo viaggio nell’antico mondo dei lavoratori del food poiché, come diceva Fernand Braudel :” Esseri stati è la condizione per essere, per cui ogni testimonianza dell’antichità deve diventare un ponte con la modernità”.

 Giuseppina Serafino

martedì 23 dicembre 2014

Il Pranzo di Natale fra storia e letteratura


Molteplici sono i riti e le usanze che si tramandano nel modo di festeggiare il Natale con il pranzo o la cena della Vigilia. Quest’ultima si configura come attesa e transito verso il mistero che entra nella storia dell’umanità e, nel mondo occidentale, la valenza simbolica ha assunto una connotazione festosa con scambio di regali allo scoccare della mezzanotte. I piatti della tradizione, sulla base del precetto liturgico,  del digiuno o dell’astensione dal consumo di carne, prevedono piatti a base di ortaggi o prodotti ittici. Una particolare predilezione è quella dell’anguilla, diffusa in tutti i corsi d’acqua e quindi facilmente reperibile. Il pranzo di Natale, teso a celebrare valori universalmente condivisi, deve essere ricco ed abbondante, a seconda delle regione d’appartenenza: capitone, tacchini o capponi, la fanno da padroni. Uno spaccato della vulgata popolare è quello  messo in scena da Eduardo De Filippo, in “Natale in casa Cupiello”. Presso la Biblioteca Sormani di Milano è stata allestita un suggestiva mostra, realizzata in collaborazione con l’AssociazioneCulturale Famiglia Meneghina-Società del Giardino “Il Pranzo di Natale. Tavole in festa”. Essa tende a ricostruire i rituali tramite volumi per l’infanzia, testi della narrativa mondiale, immagini tratte da riviste di fine Ottocento e del primo Novecento che riproducono momenti conviviali in differenti contesti storico sociali: campi di guerra, ambienti nobiliari o  interni connotati da miseria e povertà. In tutti si nota l’affannosa ricerca di una ritualità che suggelli l’evento che ci si accinge a celebrare: candelabri o semplici lanterne, sontuosi addobbi o più naturali corone di vischio, tovaglie ricamate e piatti decorati o, con molta fantasia, tutto ciò che un ambiente rurale poteva fornire, dalla frutta secca al legno sapientemente intarsiato. Grazie ai curatori di questa bella raccolta di materiale d’epoca è stato possibile recuperare, in maniera estremamente coinvolgente, alcuni dei  molteplici significati sottesi alla più importante festa del mondo cristiano.

Ecco! È giunta la festa più gioiosa!
Tutti siano allegri;
ogni stanza è adorna di foglie di edera,
e ogni colonna di agrifoglio. 
I camini dei vicini fumano,
i ceppi di Natale ardono,
i forni traboccano di carni arrostite
e gli spiedi girano.
Il dolore resti fuori dalla porta;
e se il freddo lo fa crepare,
verrà sepolto nella torta di Natale e saremo per sempre felici.      

                                         (Juvenilia George Wither, 1626)

                                                                                            Giuseppina Serafino

domenica 21 dicembre 2014

Natale ogni giorno!

Ogni anno, con sempre maggior anticipo, capita di assistere ai preparativi per gli addobbi natalizi: maestosi alberi, sontuose vetrine drappeggiate e, soprattutto, luminarie con fogge di ogni tipo, si va da quelle semplici, a stella, fiocco o pacco-dono, a quelle più sofisticate che rappresentano Babbo Natale con la slitta. Stranamente mancano, chissà perché, quelle a forma di banconota, soggetto che riveste il tema dominante di queste feste, inneggianti allo spreco e al consumismo più esasperato. Si spende per l’opulento banchetto, per l’eccentrico abbigliamento da sfoggiare al cenone, per i doni di ogni sorta da elargire, a guisa di status symbol, così come per la vacanza esotica o in luoghi mondani. L’affannosa corsa all’acquisto che connota questo periodo, fa pensare ad un mal dissimulato tentativo di colmare un preoccupante vuoto interiore che richiederebbe  ben altri valori rispetto a quelli pecuniari. Non per niente si nota un diffuso desiderio di recuperare antiche tradizioni che forniscano quel senso di appartenenza e di radicamento al vissuto che l’attuale ritmo di vita, frenetico e contradditorio, sembra volerci negare.
Ricordo ancora nitidamente quel Natale trascorso presso il reparto di chirurgia d’emergenza dell’Ospedale Niguarda, al capezzale di mio padre: che tristezza infondeva quel corridoio freddo e scarsamente illuminato, la gigantesca camerata nella quale non era dato di celare, pudicamente, nemmeno la propria sofferenza e il proprio dolore. Si udivano lamenti a stento soffocati, si notava l’ansia e lo smarrimento negli occhi dei pazienti  che attendevano la decisione riguardo alla fattibilità di un intervento che avrebbe potuto garantirgli la Opera S.Francesco, a coloro che  passeggiano  soli, senza meta, nella speranza di incontrare uno sguardo meno ostile o un  caldo cenno di saluto che gli ricordi che è festa anche per loro. Probabilmente, a ben pensarci, aveva ragione quel saggio che scrisse: “La gioia nasce nel momento in cui abbandoni la ricerca
della tua felicità per donarla agli altri”. Perché sia Natale ogni giorno.
vita o che, al contrario, nell’arco di pochi secondi, gliela avrebbe negata.
Che dolore vedere gruppi di parenti abbracciati  e con lo sguardo
impietrito  per la morte del proprio congiunto. Guardando fuori dalla finestra, per evadere da quel senso di angoscia e di prostrazione opprimente, si notava il buio più fitto intorno al piazzale, soltanto una piccola stella intermittente, posta dinanzi ad un bar, ricordava che era Natale, proprio mentre altrove ci si accingeva ai preparativi per il cenone. Che dire a quegli ammalati seduti ad osservare, come unica consolazione, il fioco bagliore di quella luminaria che pur  gli rammentava una realtà diversa dalla loro ma, soprattutto, come trovare le parole per recare un conforto a coloro che giacevano in agonia, attendendo un parente che non sarebbe mai arrivato? Che strano effetto faceva quel muto presepe posto dinanzi all’entrata, lo si guardava e riguardava quasi per convincersi che “tenendo duro” forse ci sarebbero stati tempi migliori in cui a noi tutti, degenti e congiunti, ci sarebbe stato dato di gioire, anche di poco, ma fuori da quello squallido ambiente, lontano da quella lacerante desolazione. E  pensare che per alcuni, la gioia natalizia era semplicemente poter mangiare,  e magari  anche soltanto una minestrina, meno fredda ed insipida del solito, era una maggior premura da parte del personale paramedico, spesso frettoloso se non addirittura assente, un “buon Natale” detto anche soltanto da uno sconosciuto. Quello stesso augurio che io, umilmente, sulla base di questa toccante esperienza, mi sento di dover porgere a coloro che hanno come unico diversivo la televisione, a quei bimbi che attendono la telefonata di un genitore che non vedono mai, a quei senza dimora” che si aggirano per le strade alla ricerca di un possibile ricovero sotto un portico, in coda alla mense dell’
 Forse basta  soltanto  un sorriso, un gesto  … una parola amica:

     “Buon Natale!” 
                         
 (Giuseppina Serafino)

mercoledì 17 dicembre 2014

L’Avvento del Tirolo, “Cuore delle Alpi”

Preannuncio  del Natale nel  Tirolo, con antiche tradizioni che accendono  fiaAvvento inTirolo, sostenuto dalla Tirol  Wergbun (Ente regionale per il Turismo) e dalla Camera di Commercio, promuove i centri di Hall, Innsbruck, Kitzbuhel, Kufstein, Lienz, Mayrhofen, Rattenberg e St. Jojann, secondo rigorosi criteri che ne garantiscono la qualità e l’eccellenza.  A partire dal I week end dell’Avvento tutti i mercatini dell’avvento aprono i battenti, con circa 480 bancarelle, quello di Innsbruck , il più importante, ne ha 200 e  apre a metà novembre; nel 2013 sono stati registrati 1,3 milioni di visitatori, di cui il 70% italiani.
besche atmosfere che si tramandano da tempo immemorabile. Una vera e propria chicca di origine alpina sono i  mercatini, dal 2009 l’
Il recente viaggio stampa,  mi ha dato la possibilità di immergermi in tale dimensione onirica scoprendo magnifiche sensazioni . Prima tappa Lienz, girovagando fra i mercatini: un effluvio di  profumi intensi di incenso misto a cannella ci accompagnava , mentre, ritemprati dal caldo vin brulè, si ascoltavano dolci melodie natalizie che ci facevano sentire bimbi incantati in quel Paese dei balocchi. Ci veniva detto che in ogni desco si prepara l’Adventkranz, una corona di rami di pino con 4 candele che rappresentano le settimane che condurranno alla nascita di Gesù bambino, il “Christkindl” che porterà i doni, ogni domenica ne verrà accesa una. La piazza Hauptplaz, di Lienz, illuminata a festa dinanzi al castello Liebburg è il punto d’incontro per i visitatori del suo mercatino, la cui attrazione particolare è il calendario Adventkalender, che spinge i  fanciulli ad attendere il festoso evento aprendo ogni giorno una finestrella in cui si  nasconde un’opera d’arte che verrà venduta all’asta il 5 gennaio, per donare in beneficenza il ricavato. Presepi lavorati artigianalmente esprimono il calore del Natale dell’Osttirol, ma l’evento più coinvolgente è  la sfilata dei tradizionali Krampus, personaggi che indossano maschere  di legno intagliate a mano, ed  enormi pellicce spettinate e mostrano campanacci legati al cinturone. Divertente il fuggi-fuggi delle ragazze che cercavano di sottrarsi ai dispetti e ai colpi di frustino di questi esseri inquietanti.
dell’arte del municipio, con 24 caselle, l’
Partenza per Kitzbuhel,  il più leggendario centro sportivo delle Alpi. Nel periodo natalizio, addobbata a festa ospita presepi viventi, concerti, spettacoli, accompagnati dal sottofondo musicale dello storico carrillon della torre della Katharienenkirche.Visita alla boutique dello stilista Frauenschuh e poi al  Museo di Kitzbühel per ammirare una pregevole esposizione di presepi e quadri , a tema sport invernali del pittore Alfons Walde, autore del  camoscio, originale simbolo della cittadina. Curiose le attrezzature da sci antesignane e gli scorci di vita nelle montagne tirolesi che è stato possibile ammirare. A ciò ha fatto seguito la visita al negozio “Schone Dinge”(Cose belle) in cui Christian Ernst Leidenfrost lavora la porcellana da circa trentanni. Dopo una gradito spuntino da Heimatgold, un elegante magazzino/cafè con prodotti tipici  come prosciutto, formaggi delle malghe e tisana bollente,  siamo stati accompagnati a Kufstein, celebre per Il  Stadparke  e la sua  fortezza , in cui  si trovano prelibatezze Innsbruck, attesi dal direttore dei Mercatini, Robert Neurer e dal responsabile marketin  Tourismus Roberto Vianello,secondo le sue stime, il giorno precedente si erano registrate 50 mila visitatori italiani, con un indotto economico di 38 milioni di euro per  tutto il periodo, e 1.300.000 presenze per le 6 settimane dell’avvento. Stupenda la vista panoramica che si godeva dalla piattaforma posizionata sopra i mercatini del centro storico, un reticolo da cui pendevano sfere policrome sovrastava le casette di legno , dinanzi al grazioso “Tettuccio d’oro”. Presso la piazza del Mercato svettava  l’abete  di 14 metri, ammantato  da migliaia di cristalli Swarowski , che faceva pendere con il naso all’insù, dinanzi alla vicina giostra e allo spettacolo dei burattini; un magico turbinio di sensazioni sensoriali come quelle che avvolgevano nei vicoletti di Marchengasse (vicolo delle fate) e Riesengasse (vicolo del gigante).Un ringraziamento a chi ha reso possibile questa intensa esperienza, Esther Wilhelm di press Tirol, con la sua contagiosa esuberanza , specialmente quando ci faceva pregustare il sapore autentico  del territorio che ci avvolgeva , come il Wilder kaiser “la montagna dell’imperatore selvaggio”.
gastronomiche  di ogni sorta su bancarelle decorate,
mentre ensemble di fiati e gruppi canori creano atmosfere suggestive che restituiscono il sapore autentico del Natale,
una sorta di gioiellino incastonato in un diadema.
Per diversi secoli una base militare, fu contesa tra tirolesi e bavaresi  fino al 1814 anno in cui divenne definitivamente austriaca, la si raggiunge a piedi o in funicolare. Nell’area all’aperto si può osservare il pozzo , profondo 60 metri, il passaggio nella roccia sotterranea, il giardino delle erbe aromatiche, le figura in bronzo ispirate alla danza di Meta Mettin von Ellenberger. Celebre anche la prigione di stato, il museo di storia naturale e, nella torre l’organo degli eroi_il più grande organo all’aperto del mondo. A chiusura del viaggio,  una capatina  a Innsbruck
Ricorderò la passeggiata in carrozza nel buio delle campagne, per recarci  alla trattoria tirolese Tiroler Wirtshaus Zur Schanz, dove ad attenderci c’era un pentolone bollente di punch ai mirtilli, accattivante la gentilezza del personale delle strutture ricettive, spesso in costumi tipici.  Piacevole  anche  è risultata la visita inaspettata durante la cena, di un gruppetto di Anklopfer, pastori che con lanterna in mano e accompagnamento di chitarra, che cantavano, come da tradizione, per annunciare la nascita di Gesù. Mi rammenterò la passeggiata nel bosco, calpestando la neve soffice che sembrava scesa per accoglierci festosa, nella riserva  dove  era possibile sceglierci un alberello di Natale da portare a casa, assaporando le arie musicali del “Tannenbaum “. Rivedrò nei miei ricordi i tanti artigiani che lavoravano sapientemente il legno, la ceramica il vetro, accarezzando i materiali come preziosi doni della natura. Mi torneranno in mente le originali lanterne con candele che addobbavano i mercatini, quasi fosse il presagio di una visione illuminante sui quei magnifici scenari fiabeschi di un Tirolo che ambisce a farsi riscoprire per le molteplici risorse che  lo connotano, in un contesto ambientalistico di superba bellezza.

                                                                            Giuseppina Serafino
                                                                                   


domenica 14 dicembre 2014

La rivoluzione gentile in bicicletta

Il 13 dicembre verrà ricordato, oltre che per la festività di S.Lucia, come data storica per l’apposizione della targa  commemorativa sul Naviglio della Martesana, in onore di Gigi Riccardi, scomparso prematuramente nel 2008. Già insignito di Benemerenza civica del Comune di Milano, con la seguente motivazione:”Da 25 anni, con garbo, tenacia e determinazione, promuove la cultura della bicicletta pungolando i pubblici amministratori e i

cittadini con incontri, seminari, manifestazioni, studi, pubblicazioni. Punto di riferimento irrinunciabile per quanti sognano e costruiscono una metropoli più sana, più umana, più respirabile, più percorribile.”
Per noi tutti cicloamatori milanesi,  è stato un personaggio carismatico, che ha fondato nel 1986 l’associazione Ciclobby, tesa a  portare avanti le istanze del “mondo della bicicletta. Inizialmente nata in sordina, la passione delle due ruote è confluita in un movimento organizzato che si batteva per la creazione di piste ciclabili, per la rivendicazione di diritti che portassero alla diffusione di un mezzo che contribuiva a decongestionare il traffico cittadino come accade nella maggioranza delle città europee. Ebbene Luigi Riccardi si batteva con grande determinazione per incontrare gli  esponenti delle pubbliche istituzioni affinchè perorassero la causa di questo “popolo” di cicloambientalisti che credevano in una realtà diversa. Il “Robin Hood” della bicicletta  era convinto di creare un elemento di coesione, che desse vita a un tessuto di relazioni interpersonali, una lobby di idealisti che quotidianamente si destreggiano fra i motori, provando l’ebbrezza della libertà a colpi di pedale e con i fattori climatici che, a seconda della stagione, accarezzano o sbeffeggiano il viso curvo sul manubrio. Celebri alcune sue frasi “Andare in bici fa bene e ci si abbronza” oppure “In bicicletta si cucca” ma, soprattutto, la frase di Ghandi che ben sintonizzava il suo anelito era “Le idee sono perle false finchè non si traducano in azioni”, e lui di perle ne aveva collezionate molte. Gli saremo grati specialmente per  i cicloraduni, per aver ottenuto la possibilità di trasportare le bici in metropolitana o di aver ottenuto l’autorizzazione ad
 attraversare  con la due ruote gli interminabili vialoni di ospedali e cimiteri, evitando di imprecare sotto la calura estiva. Erano  tanti  coloro che si assiepavano a  Cassina de Pomm in Melchiorre Gioia, per assistere al discorso d’intitolazione dell’Alzaia a  questo “padre della bici”, tenuto dall’assessore alla mobilità  Pierfrancesco Maran: c’erano il capodigabinetto del sindaco, Maurizio Baruffi, Carlo Montalbetti di Comieco, il presidente di Ciclobby Eugenio Galli, Aldo Monzeglio,presidente onorario, la presidentessa della Fiab Giulietta Pagliaccio (nella foto), Rosanna Turri in Riccardi, ma, soprattutto tanti suoi amici, con occhi lucidi per la commozione, seguaci ammaliati da quel suo sorriso, da quella sua garbata determinazione che soggiogava. Anche alla sottoscritta, normalmente troppo restia all’integrazione sociale, più di ventanni fa, era capitato d’imbattersi in questo elegante personaggio che distribuiva volantini per una Bicinfesta di Primavera,  e che aveva fatto sembrare una cosa del tutto naturale aggregarsi, non importava se, come avevo timidamente palesato,  la  mia bici fosse semiarrugginita e senza cambio, bastava soffrire e darsi un contegno. Ne è passato di tempo da allora, spesso sorrido in sella ad una delle mie varie biciclette e, pedalando lungo la sua e nostra amata  Martesana, accarezzo con lo sguardo i riflessi  sull’acqua, della rigogliosa vegetazione  e  di una umanità che pedalando come noi, riscopre il fascino di una vita di contemplazione, essenziale e gioiosamente appagante.

Ah,  grazie … amico gentile!

      
                             Giuseppina Serafino

                                                          

venerdì 12 dicembre 2014

Trek e bici al Santuario della Madonna della Guardia

Una calda giornata novembrina celebra degnamente gli echi di un’estate di leggendaria memoria, che ritempra i viandanti emuli del buon cavaliere Martino. Lungo i sentieri che conducono da Pontedecimo al Monte Ficogna, a circa 800 metri di altitudine, sagome di alberi scuri  fanno da cornice a dolci paesaggi sovrastanti lo scintillante mare ligure. Il Santuario di Santa Madonna della Guardia, patrona di Genova ,si erge in maniera solenne facendo godere a coloro che lo visitano una splendida vista panoramica sul golfo,sui celebri Forti, su buona parte della Riviera di Ponente e sulle Alpi Marittime. Pellegrini di ogni sorta, fra cui bikers, trekkisti e scolaresche schiamazzanti,  si avvicendano , infrangendo la coltre di silenziosa aria mistica che avvolge la Basilica. Quest’ultima fu costruita come punto strategico per l’osservazione di navi  o di eserciti militari. Lo sguardo dei  più assorti, che si ritemprano dopo la fatica dell’ascesa, si perde lontano alla ricerca del sapore di una vetustà che infranga l’uniformità di uno scenario naturalistico artefatto e ferito  dalla  fredda modernità . Secondo un atto notarile datato 1530, la Madonna apparve al pastore Benedetto Pareto il 29 agosto 1490, chiedendogli di costruire una cappella sul monte, dopo che aveva guarito un pastore in gravissime condizioni. Il Santuario annovera  uno splendido presepio artigianale realizzato nell’arco di tempo di un ventennio, da Gigi Noli e quello storico, di Enzo Cassini, ambientato nella vecchia Genova. Impossibile descrivere la miriade di elementi che connotano la sacra natività con personaggi di ogni sorta incastonati in un denso paesaggio ricostruito con dovizia maniacale, dettata da una straordinaria passione per l’arte presepistica.

 
Un intenso sapore di vita agreste si assapora ammirandolo, così come quello che si avvertiva salendo a passo cadenzato su per i pendii, incrociando con lo sguardo gli atleti in mountan bike in direzione opposta. Ognuno di noi, penso si chiedesse, come fosse possibile inerpicarsi con il mezzo dall’altro, i piedi  o la due ruote, differenti modi  di misurarsi con la fatica  nell’esplorazione del territorio. Scendendo, dopo aver oltrepassato l’Osteria dello Zucchero, giù per boscosi versanti di una convalle della Val Polcevera, si giunge alla frazione di Chiappino , dopo un abitato sempre più fitto, si raggiunge la frazione di Murta, dove è stato possibile visitare la Mostra della zucca, giunta alla ventottesima edizione. Stand gastronomici con specialità e zucche di ogni dimensione, fra legnaie e focolari, proiettavano  il visitatore in un paesaggio fiabesco facendo riassaporare il gusto della vita semplice. Forse un messaggio  implicito di commiato, ricevuto  durante quella suggestiva escursione ad uno dei più importanti santuari mariani della Liguria e dell’Italia in generale, sulle tracce della festa pagana, di  tradizione celtica, in onore di San Martino.               (Giuseppina Serafino)



                                                                     




 

mercoledì 10 dicembre 2014

Eyesopen!

Folla di fotoestimatori presso  la LeicaGalerie di Milano, in Piazza Duomo per la presentazione del nuovo magazine di fotografia, EyesOpen! Il numero zero, configurato come opera da collezione in tiratura limitata e numerata, nasce da un’idea di Barbara Silbe, direttore responsabile, e Manuela Cigliutti, direttore creativo e photoeditor, entrambe fondatrici dell’omonima associazione culturale. La foto di copertina: un paio di occhi chiari, intensi, come due spilli puntati lì di fronte, e tutt’intorno un intreccio di rughe, e macchie e segni e capelli bianchi a raccontare un’età, una vita.L’intento della neo-nata pubblicazione
è quello di ricercare nuovi talenti e di creare delle connessioni nella comunità delle fotografia e con altre arti, prime fra tutte la letteratura. Il punto esclamativo rappresenta un’esortazione a restituire entusiasmo alla fotografia, tenendo bene aperti gli occhi, verso la continua ricerca della qualità. Ogni nuovo numero avrà un tema unificante, si parte con “Sguardi”, nel senso di pensieri,  come capacità di osservare il mondo e i fatti tramite le immagini che riusciamo a catturare. Alla rivista collaboreranno grandi autori o giovani talenti, critici e scrittori per farci assaporare il gusto autentico della più giovane arte visiva e far incuriosire sia gli esperti che il grande pubblico dei simpatizzanti. Essa, in un periodo di abuso della digitalizzazione e dell’uso dei social network, cercherà di colmare le lacune presenti sul campo, esaltando le possibilità della fotografia che preserva la memoria e ci fa scoprire dettagli e nuove prospettive della nostra multiforme realtà. (Giuseppina Serafino)


                                                                                                        

giovedì 4 dicembre 2014

Magiche armonie di una Notte davvero speciale

Voglia di Natale, di significati autentici che “scaldano” il cuore. Il sapore di questa festa lo si avverte già alla fine dell’estate, quasi si volesse cercare un ideale sostituto di quel benefico tepore
spirituale che le avversità climatiche, e non solo quelle, sembrano voler negare all’animo umano. Desiderio di ritornare bambini, di avere un’atmosfera magica che riporta indietro nel tempo quando
bastava poco per sentirsi appagati, o beatamente estasiati dinanzi alle fioche luci di uno stentato alberello o alle statuine di un
grazioso presepe, allestito in un angolo di modeste casette. Ora tutto risulta esageratamente sfarzoso come i faraonici addobbi, le sontuose libagioni, i costosissimi regali, gli immancabili viaggi, come una sorta di meritato premio a suggello di un periodo festivo, divenuto simbolo di preparativi affannosi, se non addirittura alienanti. Rimanecomunque suggestivo il senso
dell’attesa ...scandito dalla sublime armonia della musiche e dei canti natalizi che paiono donarci il senso del Divino, mediante i messaggi celestiali in essi racchiusi. In passato, i fanciulli si apprestavano a “cantare la stella”, portando l’augurio di casa in casa, come atto propiziatorio, antidoto contro gli spiriti maligni cha aleggiano, pronti a insidiare “li poveri homeni”. Un semplice e orecchiabile tema della tradizione musicale italiana è il canto “La notte di Natale” che si collega con il genere natalizio europeo: i Nőel francesi, le Christmas Carol, le
bosianne e le david sons dei paesi nordici. Un famoso inno popolare in Linguadoca è quello titolato “Gli Angeli”con il celebre ritornello “gloria in excelsis Deo”, esso propone una sintesi di folclore e polifonia colta e sacra della tradizione conventuale. Al Centro e al Sud d’Italia, i “biferari” traggono il loro malinconico suono dai primitivi strumenti pastorali, i pifferi, dal capace otre gonfio d’aria, eredi dell’antico flauto di Pan. I cosiddetti “ciaramellari”, poco amati da Sthendal, tanto da essere considerati “detrattori” della musica, intonano le loro cantilene per strada o davanti ai presepi. “Piva, piva, il bimbo dormiva”. Le pive a Milano sono sempre le benvenute perchè oltre al Natale, annunciano la festa di S.Ambrogio. Il tema musicale della versione comasca di questa piva, è identico a quello di una danza del terzo atto delle “Nozze di Figaro”di WA.Mozart, ma per gli studiosi è difficile stabilire quale dei due sia nata prima dell’altra. “We wish you a merry Christmas”, un gradevole motivo della tradizione natalizia folk inglese, di antiche origini,
nell’Ottocento veniva eseguito da gruppi di musicisti itineranti, chiamati “waits” (letteralmente
cantori). Essi, dopo aver allietato le residenze delle famiglie benestanti in festa, venivano
ricompensati con un pasto caldo o con poco denaro. Oltre alla celebre “Ninna nanna” scritta da Johannes Brahms, grande compositore tedesco tardoromantico del XIX secolo, risulta di notevole suggestione “Astro del ciel”. E’ comprensibile domandarsi quale sia l’origine di questa simbolica composizione, così straordinaria. A Berlino, la notte di Natale del 1840, Federico Guglielmo di Prussia, ascolta la sopracitata “Stille nacht” dal Coro della cattedrale, diretto da Felix Mendelsohn. Il re, curioso di conoscerne l’autore, incaricò il maestro dei concerti reali, Ludwig, di scoprirne le origini. Il “cacciatore di canzoni”, come venne soprannominato, si recò in Sassonia, poi a Vienna, ma, sempre più depresso per il mancato raggiungimento dell’obiettivo, durante il viaggio, mentre mangiava in un’osteria, avvertì il contrasto del canto di un uccellino e la malinconia della quale si sentiva preda. Il volatile stava fischiettando la misteriosa canzone della natività. Ludwig si recò presso l’abbazia di Salisburgo dalla quale l’uccellino, donato all’oste, seppe che proveniva. Fra gli invitati alla cena offerta dall’abate, si trovava il professore di una scuola, Ambrosio Preisttarner, che, alcuni giorni dopo, fischiettava, proprio come un uccellino, sul patio della scuola, “Stille nacht”. Un bambino di nove anni si avvicinò, convinto che fosse tornato il suo uccellino scomparso.
Il furbo insegnante si diresse a casa del bimbo, nella cittadina di Ovendorf, dove incontrò il padre Franz Saber Grubber, anch’egli maestro di scuola, che disse di aver composto la musica, con le parole di un suo amico sacerdote, Josef Moor, parroco di Barran, morto pochi anni prima. Questi, a soli 26 anni, nella notte di Natale, aveva dovuto visitare un neonato, in una famiglia di contadini, in un’umile casupola che lo aveva fortemente impressionato, tanto da scrivere il testo di “Stille nacht”. La mattina seguente, giorno di Natale del 1818, il sacerdote incontrò il suo buon amico trentunenne Francisco Javier Grubber che, commosso dal racconto, compose la musica del solenne poema. Il maggiore divulgatore della “canzone del cielo” fu il famoso costruttore di organi di Sillertau, in Tirolo, Carlos Mauraher a cui piaceva immensamente cantare.“Tu scendi dalle stelle”, attribuito a S.Alfonso Maria De’ Liguori (1696-1787) che richiama il tradizionale suono bucolico della zampogna. Jingle Bells fu scritta originariamente per la festa americana del Ringraziamento da James S. Pierpoint che la compose nel 1857 per i bambini di una scuola di Boston. “O Tannenbaum”, motivo della tradizione germanica, descrive invece l’abete come importante elemento decorativo e rituale, ma di grande impatto emotivo rimane però “Bianco Natale”, forse perchè significativamente recita...chiudi gli occhi e spera anche tu, è Natale non si soffre più...Difficile trattenere la commozione, in concerti corali negli ospedali, di fronte a sguardi smarriti, a volti rigati di lacrime o contratti dal dolore, e non solo fisico, ma impagabile la sensazione di felicità che scaturisce dall’applauso sincero tributato per quei frammenti di vita che la dolcezza del canto, come una delicata carezza sulle ferite del cuore, riesce donare.

    


                                    (Giuseppina Serafino)