domenica 27 dicembre 2015

Racconto autobiografico: “Il mio presepe”

Il nostro Natale di umili emigranti del Sud , pareva quello della buffa famiglia di “Natale in Casa Cupiello” fatto di capitoni che sgusciavano per la casa e di frasi stereotipe “Fa fredd?”, “Eh… fa fredd!” pronunciate quasi per convincersi del contrario, in quel gelido abbaino del 5° piano in Porta Romana, mal riscaldato dalla varie stufette adoperate, diverse a seconda delle nostre fasi economiche : a kerosene,  carbone, o  legna delle cassette del mercato. Che gioia quel gusto dell’evento, assaporato con il piccolo dono dei commercianti del quartiere,
impietositi  forse dalla nostra  naturale espressione sofferta di   quattro “personaggi in cerca d’autore”: un  panettoncino o una bottiglia di marsala, che adesso  corroderebbe  lo stomaco, non più avvezzo a quelle cibarie dozzinali. Giorni e giorni di ansie per decidere il menù del 25:  pastasciutta con sugo di agnello e patate al forno, poche le varianti, anzi, nessuna. Ma ci sentivamo contenti  di indossare il vestito bello, di scambiarci un unico regalo, io ricevevo alternativamente un telefono di plastica o un piccolo pianoforte; la sorpresa consisteva ogni volta nel capire quale dei due sarebbe arrivato e di quale colore fosse.  Che importa, la fantasia mi proiettava  comunque in dimensioni di gioco ricche ed appaganti. Come quelle che vivevo quando un  vicino di casa ci regalò il suo presepe di statuine di gesso, che  sembrava l’epopea della nostra vita: pastori, con la bisaccia a tracolla che sorvegliavano il gregge nelle
pianure assolate di una terra d”origine poco generosa; tante donne con il fazzoletto sul capo che portavano secchi d’acqua o ceste, così come imponeva la tradizione di noi  gente meridionale. Facevano da corollario minute casette di cartone e animali da cortile, da far invidia alla fattoria di Nonna Papera e tutta una serie di infiltrati che accorrevano alla capanna non si sa bene a quale titolo, inseriti solo per fare numero. Più volte al giorno capitava di dover rimettere in piedi le statuine che nel folto muschio sintetico, cadevano a terra, non si sa se per la precaria base di appoggio o perché tramortiti da quel nostro  piatto ritmo di vita di semplice sussistenza. Ricordo di aver “medicato” una di queste, apponendo sulla mano sbrecciata  anziché lo scotch, merce troppo preziosa, un  cerotto che in qualche modo umanizzava quei  muti coinquilini.
 Ancora adesso sorrido quando mi capita fra le mani quel mutilato pastorello. E pensare che ogni anno li avvolgevamo meticolosamente  in carta di giornale, per poi accatastarli tutti alla rinfusa in un sacchettone della spesa, nel solaio, e ritrovarli integri, non si sa come, il Natale successivo. Colui che si affezionò maggiormente al presepe fu mio padre che ogni anno sollecitava i preparativi per l’allestimento, seguiva divertito le varie fasi  ma, soprattutto, trascorreva i suoi solitari pomeriggi, osservandolo, quasi si trattasse di una vera e propria rappresentazione teatrale. Riassaporando forse le fatiche agresti nelle masserie della sua amata Lucania, provvedeva  più volte al dì,  all’accensione delle lucette che illuminavano gli addobbi
natalizi, a guisa di un guardiano del faro o meglio, di una vestale  preposta al focolare del desco domestico. Ancora adesso mi chiedo come lui, o la casa non si sia “abbrustolita”, a causa del perpetrato abuso di corrente su quei materiali di bassa qualità.
Ora il presepe non mi capita più di allestirlo, ma ogni anno, la vigilia di Natale, mi reco al cimitero di Lambrate per portare una  statuina del Bambinello  sulla tomba dei miei genitori . Attraversando all’imbrunire i lunghi vialoni, osservo il cielo, tinto di rosso dal tramonto,  puntellato dagli scoppi dei petardi che preannunciano la gioia della condivisione  affettiva e della convivialità  a cui molti si preparano.  Che effetto, intuire  il  vero  sapore della festa, che non ho più provato dopo quell’infanzia povera  ma serena;  tornare a  casa, senza  aver più l’assillo festoso dei preparativi , in un ambiente freddo, e  non certo per le carenze strutturali  dell’abbaino di Porta Romana. Affrettando il passo fra quelle ombre scure,  che trasmettono  pace, mi scopro a bisbigliare a quei visi, che mi  guardano sorridenti dalle  foto delle lapidi: “Buon Natale”, mentre mi accorgo di far fatica  a trattenere un nodo che mi stringe la gola, e una lacrima, che chissà come mai, beffarda, vorrebbe solcarmi  impietosamente il viso.                                                                                
  

    Auguri da   Giuseppina Serafino