lunedì 24 dicembre 2018

Un piccolo Natale nel cuore


Anche quest’anno, nel periodo dell’estate di San Martino, è giunto inatteso il Natale. Nella prima quindicina di novembre alcuni postavano su Facebook le foto del loro albero riccamente addobbato. La città in pochi giorni si è riempita di cascate di luminarie e di eventi dedicati alla fragranza dei migliori panettoni provenienti da ogni luogo d’Italia, meno che dal capoluogo meneghino. Che nostalgia di quella nebbiolina che ci avvolgeva da piccoli in zona Porta Romana, stretti nei consunti cappottini marcati Oviesse; il freddo pungente ci faceva desiderare persino l’alito caldo del bue e dell’asinello di plastica dello striminzito presepe che ci aggiungevamo a preparare, in una sorta di rito taumaturgico. Dalla finestrella dell’umile mansarda, noi cosiddetti “ terroni” del V piano, udivamo le melense litanie degli zampognari che si aggiravano per le stradine circostanti, quasi ricordandoci le nostre umili

origini di mezzadri del Sud. Pochi gli addobbi da preparare in casa, così come i dolci, quasi sempre le zeppole e i panzerotti, oltre al panettone, che pareva sintetico come il muschio del presepe. Le lucette intermittenti trasmettevano un senso di gioia inebriante mentre lo sguardo si perdeva fra le casette ed i pastori, in una spasmodica ricerca di un contatto che ci restituisse il piacere dell’evento condiviso. Pochi gli scambi affettivi con genitori troppo concentrati nel loro ruolo di rigidi censori di atteggiamenti sconvenienti nella prole svezzata a rimproveri e metodi improntati al risibile stile “ Pesta…lozzi”, così come era accaduto a loro stessi. Pressochè inesistenti le possibilità di mediazione riguardo a concessioni anche minime, come il programma televisivo da visionare, scelto sempre dal capofamiglia: la Messa del Papa e il messaggio del Presidente della Repubblica sul televisore in bianco e nero. I medesimi colori del sacerdote che veniva a benedire le case in
occasione del Natale, fornendo una sorta di sacralità al magico evento, così come la letterina scritta ai genitori in una specie di “captatio benevolentiae”. Ora è capitato di vedere aggirarsi per le strade gruppetti di rumeni che suonavano con la tromba musiche natalizie, non si sa se per ripulire le coscienze o semplicemente le case limitrofe. Molti anziché affaccendarsi a preparare le libagioni natalizie si interrogano sulla bontà delle lasagne precotte o sulla necessità di prenotare pranzi in ristoranti dai prezzi allettanti, menù pesce o carne, limoncello compreso. Un senso di attesa di non si sa che cosa, in una generazione di adolescenti che esibiscono l’essere atei quasi

fosse il prodotto di una estenuante diatriba filosofica esistenziale da loro affrontata. Un giorno di Natale che per tanti è il segno di un fallimento esistenziale a livello di famiglie smembrate, di affetti mai creati per un a sorta di paura di vivere che costringe alla solitudine, a rallentare i passi per non tornare in case vuote dove il cellulare serve come unico rifugio per trovare una realtà parallela in cui addentrarsi. Allora la festa diventa una prigione dalla quale liberarsi, così come quei ragazzetti che il giorno di Natale si aggirano nei giardinetti per dedicarsi allo spaccio, quasi fosse un rito di
liberazione nei confronti di quei legami
familiari opprimenti o scarsamente appaganti. Sovvengono i dormitori di fortuna, sotto i portici di eleganti via cittadine, o nei pubblici parchetti con i clochard infagottati sotto luridi piumoni, se non di pesanti cartoni. Un Natale che per alcuni è soltanto una visita ai propri cari in un cimitero, con tombe ricolme di agrifogli e di persone che si aggirano ricordando quei frammenti di una festa, quando erano parte di una famiglia, con tradizioni magari claustrofobiche ma che davano un senso al fluire del tempo. Poco lontano si sentono le grida di gioia di coloro che inneggiano alla vita strappando bottiglie di costosi spumanti, favoleggaiando su mete da sogno di prossime vacanze o sui

possibili obiettivi da assecondare alla propria viziatissima discendenza. Ebbene che dire di questo acre fluire di un forzato tripudio di cui si avverte il sentore pur non potendone assaporare l’essenza? La dolcezza dei canti natalizi trasmette spesso un senso di pungente malinconia, come “Il valzer delle candele” o “bianco Natale” con le parole…”chiudi gli occhi e spera anche tu, è Natale non si soffrire più”. Ci riscalda quel senso del Natale nel cuore, che la nostra infanzia ci aveva donato, non importa se con le scarse libagioni, o con le sbiadite statuine di gesso di un presepe che cadeva a pezzi, dell’unico regalo ricevuto con l’adesivo del prezzo, di quell’odore acre d’incenso che inondava le nostre case…aperte come le prospettive dei nostri umili orizzonti, come i nostri occhi dinanzi ad un bastoncino di zucchero filato, sbalorditi davanti ai nostri piccoli ma…fantastici mondi fatti di poco o forse addirittura di niente. Buon Natale!
                                                                 
                                                                  Giuseppina Serafino

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