sabato 31 agosto 2019

Valgraveglia e la miniera di Gambatesa

Un luogo ameno scoperto per casonel Comune di NE (Ge) fra Lavagna e Chiavari, le miniere di Gambatesa, le più grandi d’Europa per l’estrazione del manganese. La storia della miniera inizia nel 1876 quando venne concesso il primo permesso di ricerca all’ingegnere francese Augusto Fages, che esplorò le terre del Levante alla ricerca del manganese indispensabile per l’industria siderurgica che lo impiegava per la produzione di acciai di qualità. Nell’arco di pochi anni essa impiegava 15 minatori e 25 donne che lavoravano per separare il materiale sterile da quello buono. Il trasporto del minerale doveva essere effettuato a dorso di mulo sino a valle per poi condurlo al porto di Sestri Levante.   

Il nome deriva forse dal fatto che i minatori dovevano percorrere dalle 3 alle 5 sei ore al giorno per andare e tornare dalle loro 
frazioncine per il loro luogo di lavoro, facendo delle proprie gambe un vero e mezzo di locomozione. Durante il fascismo la 
miniera viene 
nazionalizzata e controllata dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale, con il benvisto sottotenente delle SS Franz Frank ,ma l’attività subisce un rallentamento per carenza di manodopera. Nel 1940 la concessione mineraria viene rilevata dalla Società Anonima Minerari Siderurgica “Ferromin” che introduce fra gli ammodernamenti la perforazione ad umido che favoriva, con l’utilizzo dell’acqua, l’abbattimento delle polveri silicee che causavano l’insorgere di malattie 
respiratorie, come la silicosi. Nel 1973 L’Italsider decide la chiusura della miniera poiché il costo del minerale risulta di molto superiore a quello importato dal Sudafrica. Saliamo una scalinata di  circa 130 gradini per raggiungere la meta della 
nostra visita: una sorta di gigantesco edificio prefabbricato che ospita sale didattiche, con dinanzi un binarietto da cui partono dei minuscoli trenini di metallo che conducono all’interno della miniera, dopo aver indossato l’obbligatorio casco protettivo. Il mezzo corre veloce con sobbalzi e stridendo in un reticolo di strette gallerie, di circa 25 chilometri, suddivisi in sette livelli principali, comunicanti per mezzo di rimonte, discenderie, pozzi e fornelli. Avvertiamo una sensazione di freddo a causa dei circa 14 gradi e di disagio, pensando di trovarci a circa 300 metri sotto terra. Ci si chiede come potessero fare degli esseri umani a trascorrere tutto il giorno in quei cunicoli, ora 
illuminati dalla luce elettrica ma allora al buio con pipistrelli che svolazzavano, utili ad eliminare gli insetti. Notiamo delle strutture lignee (di castagno, un elemento che ha sfamato generazioni ) che quando “cantavano” segnalavano un imminente crollo. Si sente sgocciolare sul capo mentre osserviamo alcuni dei vagoni abbandonati ripieni di minerali e riflettiamo sulle varie informazioni forniteci da una guida che simula varie operazioni effettuate dai minatori. Dopo aver fatto tesoro di ciò e soprattutto del riscoperto potere terapeutico della preghiera, usciamo ritemprandoci con il tepore di un tenue raggio di sole e con lo sguardo compiaciuto della statuetta di Santa Barbara, protettrice dei malcapitati lavoratori sotterranei, dall’alto di un edicola votiva posta dinanzi ad uno sbarramento. Il paesaggio collinare circostante ci appare di una maggiore bellezza rispetto a quello precedentemente 
avvistato così come la preziosa quotidianità a cui ambiamo fare ritorno dopo quel tuffo in un
passato, fatto di lavoro disumano e di degradante sussistenza. Facendo ritorno ci soffermiamo con lo sguardo su borghi caratteristici come Nascio, situato sulle falde del Monte Bianco, alla base di una rocca di diaspro e il suggestivo ponte; Cassagna caratteristico per i suoi archi e bei tetti di ardesia. Ci ripromettiamo di ritornare con l’intento di perlustrare la zona, magari sostando in uno dei numerosi agriturismi che scorgiamo, ma anche per riscoprire testimonianze degli antenati di Giuseppe Garibaldi, il mitico Eroe dei due Mondi, raffigurato in una statua a Conscenti. La bellezza di questi luoghi risiede nella varietà dei paesaggi, dalle viti agli ulivi all’altopiano del Monte Biscia, agli abeti e ai faggi del monte Zatta ma ciò che ci rimarrà impresso sarà sicuramente il mondo sotterraneo inquietante della miniera di Gambatesa, scorcio di un passato che rischia di apparire leggenda.       

Giuseppina Serafino

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