Un Natale per caso

Ed ecco è arrivato l’ennesimo Natale fatto per molti di estenuanti preparativi, di una perenne ricerca di effetti speciali: dai doni, agli addobbi, dalle vacanze in luoghi sconosciuti alle pietanze dal gusto particolare. 
Capita però ad alcuni di provare una grande malinconia per una festa che si avverte come solenne ma che rischia di diventare una sorta di test sociologico, sui tanti obiettivi non raggiunti e che fanno di tale ricorrenza quasi un fastidio di cui liberarsi. Nessuno, o quasi, con cui ritrovarsi, con cui scambiarsi un vero regalo, al di fuori di quelli rituali, alcuna necessità di addobbare la propria casa, diventata un semplice bunker in cui rintanarsi per fuggire dal mondo e dalle sue insidie dopo il lavoro. I soliti banali programmi da perseguire nella vuota giornata natalizia, dalla biciclettata a Lambrate per un saluto ai genitori defunti, o sui Navigli per ritrovare quel sapore che nemmeno il cibo ha saputo dare, anche se era un pasto meno squallido di quello consumato quotidianamente. Una giornata come tante il Natale, con l’amarezza di non poter condividere la gioia e il tripudio che lo preannuncia, con le cascate di luci sopra i negozi, di una Milano che si connota come una sbiadita New York, le luminarie che accendono le vie e con esse gli animi di coloro che le attraversano. Un Natale per caso, trascorso a guardare le tante attrazioni dei villaggi delle 
 meraviglie nei Giardini pubblici, i mercatini del Duomo le superofferte nei centri commerciali, le piste di pattinaggio di piazza Gae Aulenti, con un’indifferenza circostante che ferisce ancora di più della sferzata del freddo mattutino o preserale. 

Poi, per caso, capita qualcosa che rende improvvisamente fragili, in quel corpo che pareva inattaccabile, come i cuori di coloro che partecipano ai cenoni esagerati. Si riflette sul rischio di una vita che può sfuggire di mano, dopo gli ennesimi controlli che stravolgono il proprio normale ritmo esistenziale, le rassicuranti piccole certezze che si credeva di avere. Ci si trova a smarrirsi in torbidi pensieri incentrati soltanto sulla abitudine a parare i colpi di un destino che si preannunicia avverso ,rispetto a quello che ci si era avvezzi a percepire nella precedente esistenza troppo solitaria. Quello che rimane è la lacerante dipendenza dalle scarne parole scritte sui referti o pronunciate da medici sibillini che vogliono ergersi a potenziali angeli del male che corrode. Allora si prova il desiderio di ritrovare quel piccolo Natale che riempiva di senso una vita vissuta “per caso”. 
Si esce dallo studio medico, stravolti dalla solita intrusione forzata nell’animo, prima ancora che nel corpo che lo avvolge. Percepisci una dolce musica soffusa, le parole di una canzone della Nannini che ripete “Sorridi…come sai fare tu”; uscendo respiri l’aria, felice di poterlo ancora fare, scopri di volerti bene, di volerti prendere cura di te, ti ricordi della bellezza del Natale, vissuto senza preoccupazioni, ti senti affascinato dalle luci, anche quelle fioche su cupi balconi. 
Ti sorprendi di essere attratto dai tanti presepi ,che vedi dintorno, anche quello di uno squallido atrio d’ospedale che ti restituisce il sapore dell’infanzia, della fragilità dell’esistenza, con quelle variopinte casette di cartone in cui ti perdi piacevolmente a fantasticare. Scopri quasi, per caso, il dono della vita e l’importanza delle tante piccole cose che , stranamente, ora, ti accorgi di amare.
Chiudi gli occhi e spera anche tu…è Natale, non soffrire più!
                                           Giuseppina Serafino

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