Diario di viaggio a Roma (I parte)

Hotel Bettoja
Una Roma rivista dopo molti anni, fra le folle di turisti in posa per i selfie, i tanti musicisti di strada, con i differenti strumenti e tipi di sound che paiono voler stringere in un abbraccio internazionale la città eterna. Passeggiando fra la piazze , le scalinate e gli obelischi che svettano verso il cielo, con lo sguardo rivolto all’insù per ammirare i tanti cupoloni, ci si accorge delle proprie umane fragilità, dinanzi a tanta esagerata imponenza. Troppi gli aspetti pittoreschi che catturano come il contradditorio provincialismo che affiora negli accenti romaneschi connaturati nella maggior parte dei residenti, indipendentemente dal ruolo ricoperto; la buffa arte d’arrangiarsi come nell’utilizzo di un polveroso pullmino per la vendita dei biglietti , dinanzi alla stazione Termini. Per non parlare poi delle “carnevalate” dei finti gladiatori nei pressi del Colosseo o dei Fori imperiali, 
per le foto di rito, delle atmosfere gaudenti di trattorie, in cui è capitato di sentirsi come alla stadio di S.Siro per le canzoni stonate cantate a squarciagola, con cuochi e camerieri che abbracciavano gli avventori, offrendo limoncello, giusto per “sciacquarsi la bocca”. Una Roma che i turisti comprano a pezzetti negli orribili souvenir, che assaporano nei bucatini all’ amatriciana o nell’abbacchio, o sobbalzando sulle carrozze a causa delle strade lastricate o sconnesse.  C’è comunque una poesia sottesa in ciò che si avverte come stridente o inaccettabile, i troppi rifiuti che fuoriescono dagli stracolmi cassonetti o disseminati come trofei della storia capitolina. Una sorta di arte parallela come quella di arrangiarsi, del paralitico in carrozzina che è capitato di vedere davanti alla fermata del metrò Piazza di Spagna che ripeteva “marjuana”, non si sa se per una personale richiesta o per una più probabile offerta. La ragazzetta sportiva che ansimando si dirigeva verso il ritrovo della Corsa dei Santi, in piazza S.Pietro, e che da me interpellata riguardo al punto di ritrovo rispondeva: Eh…a 
saperlo! Dopo aver pernottato all’Hotel Bettoja Mediterraneo, vicino alla Stazione Termini, in stile art decò, la visita alla città è iniziata con il Colosseo, perfettamente in tono con i terribili combattimenti dei gladiatori, sono le lotte per riuscire ad entrare evitando le code disumane; a poca distanza si intravvedono il Foro Romano e Il Vittoriano, detto anche Altare della Patria, di marmo bianco esso domina Piazza Venezia, venne costruito nel 1885, in onore di Vittorio Emanuele II, ritratto nel grande monumento equestre che troneggia dinanzi. Da qui, dopo aver salito la lunga scalinata si gode una bellissima vista sulla città e sulle rovine dei Fori Imperiali. Altra bella scalinatona è quella che conduce all’Aracoeli e porta alla Basilica omonima, di stile 

romanico gotico, con affreschi del Pinturicchio. Ha particolarmente emozionato Piazza Navona, costruita sulle rovine dello Stadio Domiziano, per circa 300 anni ospitò il mercato principale della città. Al centro di essa domina la Fontana dei Quattro fiumi di Bernini, che sorregge un obelisco egizio e reca scolpite le personificazioni dei fiumi Nilo,Gange,Danubio e Rio de la Plata. Una visita suggestiva è stata quella ai Musei Vaticani, con 7 km di superficie espositiva, con le Stanze di Raffaello e l’accesso alla
 Cappella Sistina di Michelangelo, con una volta di 800 mq e il celebre “Giudizio universale”. Nella Basilica di San Pietro attirava subito il baldacchino al centro di Bernini, alto circa 29 m e sorretto da quattro colonne tortili realizzate con bronzo proveniente dal Pantheon, al di sopra del quale si erge la maestosa cupola, alta 119 m, 

ispirata a quella di Brunelleschi nel Duomo di Firenze. All’uscita emozionante la vista sulla gigantesca piazza contornato da un possente colonnato che, a detta dall’ autore Gian Lorenzo Bernini, rappresenta “le braccia materne della chiesa”. Castel Sant’Angelo con la sua mole circolare, costruito nel II sec.
come mausoleo dell’imperatore Adriano, nel VI sec. fu trasformato in fortezza papale e chiamato così perché Gregorio Magno, nel 590, vide apparire al di sopra di esso un angelo che annunciava la fine dell’epidemia di peste a Roma. Una meritata pausa pranzo alla Trattoria Ai Musei per gustare un’ottima amatriciana in un ambiente allegro e conviviale con offerta gratis di salsiccetta al sugo e limoncello, fra gente che cantava e scattava selfie con il cuoco e i camerieri.

                               Giuseppina Serafino

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