Un viaggio indimenticabile verso il Nord (15-18 febbraio 1944)


Via Appia – Una lunga colonna di carri armati tedeschi diretti a Roma e la mia famiglia ed io seduti su un rimorchio di un camion con la stessa destinazione. Nel cielo notturno aerei americani si avvicinano pronti a sganciare bombe sulla colonna in marcia. Comandanti tedeschi che continuamente ci fermano per non farci proseguire, ma davanti al lasciapassare delle autorità vaticane non oppongono resistenza. 
La paura per noi bambini è tantissima anche se da mesi e mesi viviamo in questo incubo. Ci rannicchiamo sotto la coperta che ognuno di noi porta con sé e ci auguriamo di addormentarci per non vedere il peggio. Per fortuna il sonno ci trasporta in un mondo più sereno e ci svegliamo a Roma in Vaticano.Qui, il tanto atteso mezzo di trasporto, che per motivi che non so deve andare verso nord, ci garantisce il viaggio fino a Firenze e così si riprende subito, sempre su di un rimorchio, il lungo tragitto. Il freddo mi tormenta, ma il pensiero che presto saremo dalla
nonna e finalmente troveremo un po’ di pace, mi fa sopportare tutto.Dopo un viaggio massacrante giungiamo a Siena in una bellissima piazza di cui non ricordo il nome. Dopo pochi minuti però, suona l’allarme: gli americani bombardano; giù tutti di corsa e ci catapultiamo nell’ospedale lì vicino dove si spera di trovare un rifugio. Si finisce invece nella camera mortuaria dove i cadaveri del bombardamento precedente sono ammucchiati. Suona finalmente il cessato allarme. Usciamo, timorosi di non
trovare più l’automezzo, invece le bombe fortunatamente lo hanno risparmiato. 
All’ arrivo a Poggibonsi troviamo un paese quasi raso al suolo, solo l’altar maggiore ed 
il Crocifisso sono rimasti illesi. Siamo ormai abituati a questo spettacolo che ci lascia quasi indifferenti. Ad un certo punto del viaggio ci fermano dei tedeschi; salgono, perquisiscono gli uomini senza però trovare armi, poi si siedono accanto a noi. Mia madre offre loro da bere, ma non accettano finchè non beviamo anche noi. Si sa, non si fidano. (Noi italiani avevamo firmato l’armistizio con gli americani l’8 settembre del 1943). Il viaggio prosegue ma, dopo alcuni chilometri il camion, assai malandato, si arresta all’inizio di una
salita. Dal rimorchio scendono tutti, tranne i bambini ma, nonostante la buona volontà e tutte le energie, il mezzo resta lì, inchiodato. Allora mia madre fa cenno ad un tedesco di far scendere anche gli altri occupanti, non solo quelli del rimorchio, e lui, me lo ricordo bene, alto, biondo, con la sua bella divisa, sale sul timone del rimorchio e con un “RAUS”, in modo forte ed imperativo, fa saltare tutti a terra e dopo sforzi immani, superata la salita, il viaggio riprende. E.. finalmente si giunge a Firenze. Qui il mondo cambia completamente. Gente seduta ai caffè, l’orchestrina che suona, ma siamo proprio in Italia mi chiedo? Ai miei occhi di bambina tutto ciò sembra una favola; mi pare di 
essere passata dall’inferno al paradiso dopo le brutture viste per due anni consecutivi:bombardamenti, gente impazzita dalla paura, morti, feriti, gente affamata. Qui invece c’è la pace e la gioia di vivere. Dopo una sosta e diverse trattative per trovare un altro mezzo di trasporto, si riparte. Sugli Appennini nel febbraio del 1944 la neve è molto alta ed il camion scivola, il rimorchio sbanda , la paura è sul viso di tutti; i genitori tranquillizzano i bambini, ma ad otto anni il pericolo si percepisce molto bene. Giunti alla Porretta mia madre sta malissimo, una dolorosa colica, causata dal freddo, ci obbliga a fermarci. L’autista freme, non vuole perdere
tempo, ma vista la situazione si arrende. Mamma viene ospitata per mezza giornata in un’osteria e con bevande calde e coperte si riesce a farla stare meglio. Intanto noi, sempre sul rimorchio, veniamo guardati con compassione; ho l’impressione che i nostri coetanei ci vedano come zingari, (forse perché sono io che mi sento così,) ma i loro genitori, mossi a pietà, dopo aver sentito i racconti del nostro gruppo, veramente agghiaccianti,-mesi e mesi passati nei rifugi, visioni di macerie, morti e feriti ovunque - ci portano un po’ di pane e si augurano che non capiti anche a loro la stessa sorte. Loro non hanno ancora avuto bombardamenti, ma la fame regna più o meno dovunque. Al ritorno di mia madre un altro spavento: manca 
all’appello il mio fratellino, che viene ritrovato dopo un’ora di angoscianti ricerche: una signora, vedendolo così infreddolito, l’aveva portato a casa sua per riscaldarlo e farlo mangiare. E così, tra una difficoltà e l’altra, avvistiamo il cartello della città di Bologna dove veniamo scaricati e nuovamente abbandonati a noi stessi. I 
miei genitori si informano subito se il tratto di ferrovia Bologna –Milano è attivo, così corriamo alla stazione, ma il treno sarebbe partito il giorno seguente, e dove dormire? Gli orari non venivano rispettati e per paura di perdere quel treno, si decide di dormire li. Ma siamo stremati. Allora mia madre, donna forte e sicura ed anche molto bella, va da
un tedesco di guardia alla stazione e dopo aver spiegato la nostra situazione e quella dei compagni di viaggio, chiede il suo interessamento per trovarci una sistemazione. Dopo un po’ di tempo il militare ritorna e ci accompagna in un luogo buio dove, su un binario morto, c’è un carro bestiame fermo. A quella vista mia madre viene presa da un attacco d’ira, e ritornando velocemente sui suoi passi, si reca dall’ufficiale che aveva impartito quell’ordine. Gli urla in faccia tutto il suo sdegno perché noi bambini stavamo male ed avevamo freddo e soprattutto che lui non doveva permettersi di trattarci come bestie. A quel punto mio padre, uomo mite e timido, avanza e dice a mia madre di tacere perché, se avesse 
continuato quello sfogo, l’avrebbero portata in un campo di concentramento. Infatti ogni contestazione veniva punita, e lei oltretutto stava insultando un ufficiale! Ma mia madre, in quel momento, non ascolta nessuno, è come una bottiglia di champagne stappata a fine anno e tutte le sue sofferenze, le sue amarezze e le sue disillusioni vengono fuori come un fiume in piena. Mio padre dice. “Siamo alla fine, la Germania è vicina” Invece sotto quella divisa da “S.S”, quel giorno, c’era anche un cuore, così il mesto corteo, che diventava sempre più lungo perché confidava in quella donna forte, approdò su una bellissima carrozza di prima classe, riscaldata, dai sedili di velluto rossi e con gli appoggiatesta bianchi. Ma quando ci pareva di essere finalmente in pace, suona l’allarme ed in pochi minuti una formazione 
americana bombarda la stazione. E’ un fuggi, fuggi generale, ma essendoci riversati tutti verso la porticina d’uscita del treno, non si riesce a scendere. Faticosamente mio padre mette piede a terra e urla a mia madre di calare noi bambini dal finestrino. Ma che fare ? Due bambini, le valigie da curare, gli spintoni, la ressa. Gentilmente un signore si offre per un aiuto, con grande sollievo di mia madre, ma quando si volta per far scendere anche le valigie, il signore non c’è più, scomparso con quella che conteneva quel poco cibo rimastoci ma, per fortuna, aveva lasciato quella con le poche cose preziose che avevamo salvato. Finalmente 
il treno riparte e giungiamo a Milano senza più intoppi. Telefoniamo subito ai parenti brianzoli che vengono a prenderci con la carrozza, ed appena in casa, dopo averci rifocillato, ci fanno spogliare e buttano nel fuoco del camino tutti i vestiti, tagliano i capelli a noi bambini e, dopo quest’ultimo dolore, ci viene versato e strofinato in testa del petrolio, ci viene legato un foulard a mò di turbante sul capo, per far morire tutti i pidocchi che avevamo addosso.
 E così, dopo tre giorni, finì il nostro burrascoso viaggio e con il calore e l’affetto della nonna materna e degli zii, la vita ricominciò per noi bambini a trascorrere abbastanza normalmente riprendendo la scuola ed i giochi. 

                                                                                      Elisa Prada 

(Un ringraziamento ad Elisa per questa pregevole testimonianza di un viaggio molto particolare svolto nel periodo bellico)
                                                                                 Giuseppina Serafino





Commenti

  1. Terribile e molto toccante...anche oggi siamo in guerra, anche se non piovono bombe.

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  2. Il rischio è quello di dimenticare e di pensare al tema del viaggio solo come motivo di svago e divertimento.

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