Matera e il viaggio nel tempo

Dopo molte titubanze ecco la decisione di recarmi in Basilicata, la mia regione di origine, visitando Matera.Oltre ad un certo sfinimento da viaggio, ciò che colpiva della città era la grande dimensione della zona 
abitativa di recente costruzione, e le schiere di turisti compulsivi alla ricerca di esercizi commerciali da visitare. Si stentava a crederci allorchè si giungeva nella parte antica della località, coni due rioni denominati Sasso Barisano e Sasso Caveoso, dove si trovano grotte artificiali utilizzate in origine come deposito per vino, olio, grano. Dallo status di “vergogna nazionale” si pervenne nel 1993 al riconoscimento di Matera come primo sito del Sud Italia, che diventò Patrimonio Unesco. Estenuanti gli innumerevoli giri per vicoli labirintici e su contorte scalinatelle, per arrivare a percepire che via Fiorentini 
via Buozzi, fino a un secolo fa percorse da ruscelli che confluivano nella Gravina, sono le principali direttrici del Sasso Barisano (il più centrale) e del Sasso Caveoso. Quest’ultimo percorso in salita permette di raggiungere il Piano, parte più alta della città, attraversato da via Ridola e via del Corso. La Civita è  lo sperone roccioso su cui si erge la cattedrale, che si trova alla stessa altezza del Piano, al quale è collegato da Piazza San Francesco; il centro storico è delimitato ad ovest dalla lunghissima via Lucana. Camminando fra quella 

sorta di pietre accatastate mi ricordavo i racconti d’infanzia sulla 
dura vita quotidiana dei lavoratori agricoli e l’arte di arrangiarsi fra gli stentati introiti dell’attività di mezzadria, in balìa di avidi proprietari  latifondisti di discendenza baronale. Fra i siti più caratteristici vi è il Complesso Monastico delle Virtù, costruito secondo i dettami dell’architettura romanica, e di San Nicola dei Greci, con superbi affreschi. Addentrandosi fra quelle cavità polverose che a volte si ergevano come una sorta di ideali palcoscenici in prossimità di naturali balconate, si avvertiva la necessità di fotografare aspetti insoliti del luogo, connotandoli di 

una personale interpretazione. Desiderio che si avvertiva particolarmente nella Murgia Materana, un vertiginoso canyon scavato dal torrente Gravina, in cui si dischiude un 
paesaggio selvaggio, da alcuni ritenuto a metà fra l’Arizona e la Rift Valley, con gole 
desolate, grotte che furono abitate da cavernicoli e più di 150 chiese rupestri. Il parco ha un’estensione di circa 8000 ettari e ingloba anche i siti del territorio di Montescaglioso. Dal Belvedere di Murgia Timone, proprio di fronte ai Sassi si può ammirare Matera in tutto il suo fascino con la miriade di luci serali che 
sono una specie di preghiera rivolta verso il cielo o verso coloro che la osservano, affinchè ne perpetuino il ricordo della sua genuina essenza al di là delle mode culturali
effimere. Invocazione che sembra provenire dalla Cripta del 
Peccato Originale, luogo di culto di un cenobio benedettino in epoca longobardo, dimenticato per secoli, e che ha conservato 41 mq di affreschi policromi risalenti all’VIII sec e IX sec.
 Gli “alberghi diffusi” e le prestigiose location che  sono una sorta di violenta contraddizione rispetto all’identità fatiscente che rappresenta il fascino materano. Uno sfregio per la realtà delle Case Grotta, descritte dallo scrittore Carlo Levi, come quella di Vico Solitario, in cui soggiornavano 11 persone con galline ed altri animali domestici, che sorprende per la presenza di infinite suppellettili in un ambiente ristretto, con cassetti del comò che fungevano da culle per i neonati. Suggestivo il Museo Laboratorio della civiltà contadina con migliaia di oggetti, documenti e manufatti racchiusi in sei anguste abitazioni con la bottega di un barbiere e la camera di un prete. 
Intorno a questi gioielli di cultura materiale si affastellano i sapori della cucina lucana esibiti in lussuose botteghe o rinomati
ristoranti:dalle generose forme di pane, al caciocavallo podolico, la salsiccia “pezzente”, presidio Slow Food nella montagna materana, contornati dalle trecce di aglio o di peperoncini piccanti che servivano per insaporire il sugo delle lagane, i capunti o altro tipo di pasta fresca, preparata dalle massaie stremate dopo una lunga giornata di lavoro. Quello che mi rimarrà nel cuore del viaggio a Matera, sarà il piacere di una storia ritrovata
 l’identità con l’ambiente natio, intrisa di sacrificio, privazioni ma anche dal desiderio di un riscatto sociale dinanzi ai dinieghi o alla pesante chiusura di un contesto culturale troppo ripiegato su se stesso.  
                                                              Giuseppina Serafino

Commenti

Post popolari in questo blog

Tas’t-Livigno native food

Buona la Puglia

ICE Music Concerti in Paradiso

Translate :