Il Natale in Messico


Una testimonianza di Suor Daniela Maccari,
 missionaria comboniana originaria di Varazze(Sv), sul Natale trascorso in Messico, per assaporare il senso di questa festa vissuta in modo sobrio e autentico.        «Un altro Natale della mia vita missionaria e che ricorda con nostalgia è quello vissuto in America Latina.


Sono arrivata a 
Città di Messico nel mese di novembre del 1976, per cui il primo Natale messicano è arrivato in fretta. Mentre viaggiavo nel metro e attraversavo diverse strade della capitale per partecipare ad alcune lezioni di spagnolo, rimanevo entusiasmata dal clima di festa che regnava ovunque. Le tipiche pastorelle natalizie risuonavano nelle piazze, per le strade, nei negozi. Bancarelle con figurine, decorazioni natalizie, dolciumi, dischi di canti religiosi e popolari, alberelli illuminati e… in Piazza San Domenico, sotto i portici una fila di tipografi che con macchine manuali imprimevano biglietti natalizi personalizzati.


Dopo i primi due Natali più o meno nel centro della città a due passi dall’aeroporto, siamo passate a vivere in una vecchia fattoria di 
Iztapalapa al nord della capitale, una tipica zona periferica dove ogni giorno arriva gente dalle campagne e ognuno si accomoda come può costruendo prima una baracca con tavole e zinco e poi, a poco a poco, compra un po’ di mattoni e li ammucchia per fare prima un muretto e poi un altro fino a che, con il passare degli anni si vedrà una casa. Le strade sono ancora tutte polverose e l’acqua e la luce e altri sevizi basici arriveranno con il tempo.Il Natale degli otto anni che ho vissuto a Iztapalapa sono stati 


autenticamente messicani, vissuti tra la gente e con la gente, celebrati con grande fede, devozione, ricchezza culturale… . Tutto comincia con l’inizio del mese di dicembre in cui il clima natalizio prende il via in ogni casa, strada, quartiere, scuole, chiese… con musica, preparazione di piatti tipici, soprattutto dolci da distribuire poi alla fine di ogni celebrazione della novena che in Messico si chiamano “Posadas”.Verso le otto di sera, quando è già buio, le famiglie di ogni strada del quartiere, a turno, si radunano e camminando, tra canti, preghiere e poesie tipiche di queste serate, si passa di casa in casa 


chiedendo ‘posada’ ossia alloggio. Tra i partecipanti ci sono sempre i bambini vestiti da pastori, gli angeli, qualche pecora vera, molti cani che accompagnano i padroni e, quasi sempre, l’asino o il cavallo su cui avanza Maria, accompagnata da Giuseppe, che bussa alla porta della prima casa dove, dal di dentro le persone di otto case successive, una dopo l’altra, rispondono che non hanno posto e non aprono la porta.

En el nombre del cielo os pido posada… mi esposa está cansada”… canta Giuseppe e così, camminando di casa in casa, nel freddo della notte messicana, continua una bellissima filastrocca evangelica, tra richieste e rifiuti quando, finalmente, arrivati alla nona casa, tutte le persone sono accolte con grande gioia, canti, preghiere, dolci, tamales di mais, biscotti e una tazza di ponce bollente,

bevanda con frutta tipica dell’inverno della sierra messicana. Per la gioia dei bambini la cerimonia finisce con la tipica pentolaccia di terracotta, rotta a colpi di bastone e con gli occhi bendati, significando la lotta contro il demonio sempre pronto a rovinare anche una bella festa come il Natale.» – (da Ponente varazzino)

                                                                    Giuseppina Serafino

                                                      

                                                            

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