Ode al presepe


Pensare che il Natale venisse solennemente annunciato con una corona dell’ Avvento di agrifoglio appare ora alquanto inquietante. Già,  ora  infatti la parola “corona” evoca scenari apocalittici.  Ed è per questo che si sono sprecate le associazioni di provvedimenti straordinari per contenere l’emergenza anche al presepe e all’addobbo dell’albero. Pare che possano essere ammessi solo un massimo di 6 pastori, tutti rigorosamente con mascherine e ad un metro di distanza. Nessuno di costoro dovrà 
 

ovviamente avere più di 65 anni perché sarebbe ad alto rischio. La sacra famiglia composta da Gesù, Giuseppe, Maria potrà stare insieme perché formata da congiunti almeno, così pare! L’asino e il bue dovrebbero  consegnare  un certificato del Ministero dell’Agricoltura. Mentre i Tre Re Magi, dal canto loro, devono rispettare una quarantena di quindici giorni poiché provengono dai Paesi stranieri, indipendentemente dal fatto  che abbiano un test Covid negativo. Il fieno, il muschio e il foglio di 

alluminio del lago devono essere disinfettati con gel alcolico- gingol gel -gingol gel …L’Angelo non sarà ammesso perché le sue ali producono un effetto aereosol. Il coretto  musicale è ridotto ad un solo cantante per evitare il contagio da assembramenti. Ponzio Pilato insegnerà a tutti come lavarsi le mani. Al di là di questi siparietti che gettano un’aria di pericolo anche su uno dei simboli del Natale, il presepe rimane  l’elemento affascinante di una solenne celebrazione, molto più dell’albero,

onnipresente nella maggior parte delle case e dei più importanti  luoghi di aggregazione. Rimango ammaliata dalle diverse miniature presenti su alcune mensole del mio soggiorno: un piccolissimo presepe variopinto peruviano racchiuso in una sorta di teatrino richiudibile con due porticine, quasi a volerne preservare il  delicato candore; vi è poi quello conservato  in una noce e quello minuscolo di Canazei su una striscia di legno, quasi fosse uno sci che lo trasporta su paesaggi innevati  per diffondere 

la gioia della Nascita negli angoli più nascosti della Terra. A questi si affiancano, nel periodo prenatalizio la capanna con lucette posta di fianco al televisore, che cattura la mia attenzione ancora più delle più intriganti immagini  trasmesse dal mezzo tecnologico. Per non parlare del presepe da me collocato sul muretto del mio  terrazzo dinanzi alla porta a vetri d’entrata, disseminato fra alcune piante come se volesse far capolino fra tradizione e modernità, rivendicando la propria superiorità  e la 

 necessità di una protezione nelle giornate di  freddo  o pioggia incessante. Ma la mia mente ritorna spesso al presepe della mia povera infanzia, regalato da pietosi  vicini, non si sa se per generosa elargizione o per semplici pulizie di soffitta o scantinati. Graziose le statuine di gesso avvolte nella carta di giornale per preservarne l’incolumità nei periodi di loro disoccupazione, medicate con il cerotto anziché con lo scotch non sempre disponibile, in caso di occasionali “rotture”, causate da accidentali 

cadute , oltre che dalle perpetrate ore di ozio! Più che i pastorelli ,tante le donne presenti, con foulard sulla testa e lunga tunica sul corpo,  che portavano i segni della pesante fatica con ceste e secchi d’acqua , per non parlare delle numerose pecorelle e degli animali da cortile che non si capiva cosa c’entrassero, forse per ricordarci il passato di umili contadini del Sud. Così come le graziose  casette di cartone a cui si affiancavano giganteschi cammelli che le superavano in altezza. Nulla a che vedere con gli originali presepi visti in paesini del Trentino , custoditi  in un vecchio scarpone, in una lampada da 
esterno, in una botte o su un cucchiaio, i presepi di ghiaccio o quelli subacquei, quelli di sabbia di località romagnole. Ricordo quello che costruimmo in una sfera di plastica trasparente appesa all’albero di Natale in un ideale connubio fra religiosità e tradizioni nordiche. Già le tradizioni… come quella del “Presepe vivente” con la classica sfilata che ricorda l’evento in cui si fanno rivivere le emozioni che lo hanno contraddistinto. Emozioni che provo  sempre ricordando la celebre commedia di Eduardo De 
Filippo “Natale in Casa Cupiello”, con la classica frase ripetuta  dal pietoso Gennarino “T ..piac  o presepie?” ad un Tommasino, figlio scapestrato che cinicamente risponde   …“nun mi piace!”Ode al presepe, a quel senso di essenzialità che lo contraddistingue, di  magia  che riporta a quella   condivisa partecipazione di una moltitudine  solidale che ora più che mai assurge a nostalgico  valore nelle nostre  solitarie e smarrite esistenze. 

                                                                                     

                                                                Giuseppina Serafino

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