“Il dio degli Incroci. Nessun luogo è senza genio”


 Raramente mi capita di fare recensioni di libri e, quando succede, sono ovviamente letture di viaggio che richiamano luoghi ed esperienze di conoscenza dei medesimi, attraverso l’arte del cammino. L’opera che questa volta ha catturato la mia attenzione è giunta per caso, quasi mi avesse cercata ad un bivio esistenziale, dal titolo emblematico ”Il dio degli incroci “ Nessunluogo è senza genio”- Edizioni Exòrma- Scritti traversi- di Stefano Cascavilla, studioso 


di Architettura  e di Economia, mitologo, cultore della psicologia junghiana. Tanti i posti citati, dal villaggio Dogon, sulla falesia di Biandiagara nel Mali, fra conversazioni serali di anziani alla traballante luce di una lanterna; ai 3600 metri di altura nel Pakistan; Berlino nel periodo natalizio, una metropoli d’acciaio e cristallo con una contro –città di casette in legno, abeti e omini di pan di zenzero, aromi di cannella. Ironia della sorte nel libro viene citato il  mio luogo di nascita ”Sul tracciato dell’Appia Antica, subito dopo Melfi, si raggiunge la cima di un colle


…da cui si apre una vista sul Tavoliere delle Puglie, che raggiunge il Gargano…è una vista incredibile che apre il cuore e svela l’anima di quel luogo ”. Lo scrittore sostiene che l’incrocio è un luogo, ma non è un luogo qualsiasi. E’ una discontinuità nel tracciato in cui si aprono possibilità: puoi cambiare percorso, devi attraversarlo. Hai delle scelte, accade o potrebbe accadere qualcosa”. Quante volte durante i miei viaggi alla ventura, mi è successo  di cambiare strada, di guardare oltre il cancello arrugginito di una casa abbandonata, di prendere una


direzione che ha schiuso orizzonti incredibili in un posto che avevo definito poco significativo. Pur non potendo vantare le medesime abilità come l’alpinismo e i lunghi viaggi per le località più disparate del mondo, ho apprezzato la  determinazione dello scrittore nell’ avvalorare il concetto di Genius loci, ovvero per ciò che contraddistingue l’essenza dell’ambiente esperito e che deve essere scoperto per conoscere veramente l’ambiente da noi visitato. Un libro che è una sorta di diario che raccoglie frammenti di viaggio ma, soprattutto, riflessioni di carattere


 antropologico, citazioni mitologiche, meditazioni su  aspetti psicologici dell’esistenza. L’autore spazia da Plotino a Jung, da Platone e Bachelard, dai miti greci alla cultura sapienziale cinese. Mi sono piaciuti moltissimo i brevi flash sui luoghi più disparati visti con occhi disincantati una “New York di sera al centro di quel luogo straordinario e indescrivibile che è Times Square, sono rimasto a fissare lo spettacolo ipnotico delle mille luci danzanti”, oppure ”Quando ci affanniamo tra le colline toscane o il mercato di Marrakech per assaggiare i sapori tipici del 


posto è lo Stimmung che stiamo cercando”. Il messaggio racchiuso è lo stesso che Cascavilla fa fluire fra le parole del libro: “…. bisogna recuperare l’uomo tradizionale dentro di noi, nascosto sotto la fragile patina moderna e tornare a vedere ciò che i nostri occhi si rifiutano di vedere”. Il suggello più bello di questa complessa opera letteraria è ciò che ho ritrovato nelle parole “Dormire in uno stazzo glaciale sul Karakorum o sul pavimento di una capanna del Malawi non è solo un’esperienza di viaggio. E’ qualcosa che aiuta a comprendere per averlo


sentito sulla pelle, la stoffa ruvida su cui è intessuta la vita dell’uomo tradizionale. Una stoffa che abbiamo raffinato  sempre di più e che dobbiamo tornare a rivestire, se vogliamo rivedere il dio dei luoghi”. L’auspicio è quello che , in ogni esperienza di viaggio e di vita,  si possa sempre ritrovare il Genius loci, ricavandone una  piacevole sensazione di appagamento come quella che deriva dalla lettura del  libro sopracitato, a cui auguriamo l’ampia diffusione che merita.
                                                                                         

                                                                                                    Giuseppina Serafino

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